Testimonianze/Bangladesh
Il presepe dei bambini perduti di Dacca
di Ettore Mo (fotografie di Ettore Baldelli)
Il 28 dicembre 2002 il Corriere della Sera ha pubblicato un lungo
reportage con firma di Ettore Mo e fotografie di Ettore Baldelli. I due
giornalisti erano appena tornati da Dacca, dove hanno visitato il progetto
di Terre des hommes in favore dei bambini figli di prostitute e delle
scuole di strada. Per chi se lo fosse perso vi proponiamo, in forma ridotta,
lo splendido racconto.
Sono 200 mila: i maschi spaccano mattoni nelle cave, le femmine
si prostituiscono nei vicoli. Ma c'è chi li aiuta.
Il Bangladesh è un Paese islamico e musulmani sono il 90 per cento
dei suoi 130 milioni di abitanti in un territorio che è la metà
dell'Italia. Ma a Dacca, nonostante la esigua minoranza cristiana e una
mezza dozzina di chiese fondate dai missionari, c'è in questi
giorni un riverbero del Natale: festoni luminosi, corolle di lampadine
sugli alberi, qualche stella cometa tra i lampeggiamenti della pubblicità
mondana. E allora non sembra del tutto irragionevole immaginare di allestire
un presepio proprio in questa città che, dopo Calcutta, è
la più lebbrosa, la più caotica sgangherata e assordante
delle capitali asiatiche.
Ma, se presepio dev'essere, non ci sarà posto, nel Bangladesh,
per i pastori e gli zampognari di Betlemme che portavano doni al bambino
Gesù. Le statuette vanno cambiate. Qui, col piccolo Nasir metallurgico,
faranno ressa attorno alla capanna i 200 mila ragazzi di strada di Dacca,
le migliaia di bambini rapiti e spediti clandestinamente negli Emirati
del Golfo per essere legati alle groppe dei dromedari e stimolarli, con
urla e pianti, nelle gare di velocità promosse dagli sceicchi
indolenti e sitibondi di crudeltà, la fiumana delle vittime del
lavoro infantile che stanno chiuse nelle fabbriche come nelle fucine
di Manchester nella metà dell'800 o lavorando 12 ore al giorno
nelle cave di pietra, spaccando mattoni con un martello. E, accanto a
loro, la folla sterminata delle loro mamme uscite in massa dai postriboli
o dagli slums delle periferie urbane e rurali dove la vendita del proprio
corpo è considerata come l'unica garanzia di sopravvivenza.
Grazie all'intraprendenza di Paolo e Christopher dell'Organizzazione
non governativa Terre des hommes Italia e di un team di giovani volontari
di Aparajevo-Bangladesh (AB), Luigi ed io siamo stati in grado di percorrere
l'itinerario di un'infanzia e adolescenza che, credo, abbiano scarsa
possibilità di paragone, nell'abisso della sofferenza, con altri
Paesi del mondo. Un presepio davvero molto triste, questo. E se stai
a contemplarlo, anche solo per una settimana, te ne vai sconvolto e angosciato.
C'è il problema della scuola. Irrisolvibile. O almeno così
sembra se riteniamo valida la statistica secondo cui, nel Bangladesh,
6 milioni circa di bambini, dai cinque anni in su, lavorano sette giorni
la settimana, dodici ore al giorno con un salario di 10 mila lire al
mese. Trecentomila bambine, dai 10 ai 14 anni, fanno le serve (e non
le chiamano colf) e 700 mila ragazze adolescenti lavorano nell'industria
tessile, che è la più importante del Paese, con paghe da
fame. Mettiamole anche loro - le serve e le sartine - nel presepio di
Dacca. Ai cosiddetti Wip children (cioè figli di prostitute -
"wip" sta per women in prostitution ) è negata la scuola pubblica.
Questi bambini che nascono nei bordelli e non possono esibire il nome
del padre, questa marea di NN, sono condannati all'analfabetismo. La
loro presenza, sui banchi delle aule scolastiche normali, nuoce al prestigio
delle istituzioni. Puzzano di sperma e di casino. Ma la speranza di recuperarli
e di offrirloro un quasi normale iter scolastico ha trovato ossigeno
nell'iniziativa di Terre des hommes e di Aparajevo-Bangladesh che hanno
affidato gli alunni di questa scolaresca discriminata e respinta a un
drappello di maestri ambulanti e sottopagati, muniti solo di entusiasmo
e buona volontà.
Li ho visti al lavoro nella stazione ferroviaria di Kamalapur - la maggiore
di Dacca - e al terminal fluviale di Sadarghat. Il maestro, che si chiama
Hossain Khan e ha 26 anni, raccatta una trentina di bambini-ragazzini
che saltano da un binario all'altro e li spinge come un gregge di riluttanti
stambecchi verso uno spiazzo sotto la tettoia dove ha già piazzato
una lavagnetta e, su una parete, le lettere dell'alfabeto bangla. Mai
vista una scolaresca elementare tanto frizzante e gioiosa. Il maestro
racconta una storia o attacca una filastrocca popolare coinvolgendo il
suo uditorio infantile, che esplode entusiasta con una bordata d'applausi.
"Sono entrato nell'Organizzazione nel '99 - dice Hossain Khan - e dopo
un corso di addestramento sono stato promosso insegnante a tempo pieno.
Il compenso è modesto: 4.215 taka al mese (78 dollari circa),
un po' meno di quanto si prende nelle scuole normali. Ma ora mi trovo
bene coi ragazzi di strada, è una grande esperienza. Gli insegno
le lingue, il bangla e l'inglese, la matematica, la storia e la geografia...
Ogni giovedì, alternativamente, c'è il disegno e la musica.
In realtà, non ci limitiamo soltanto a fornirgli le nozioni elementari:
cerchiamo di recuperarli e motivarli, di capire le ragioni che li hanno
spinti a rompere con la famiglia e la società".
Dalla stazione di Kamalapur, dove fa la sua prima lezione, Hossain Khan
si trasferisce, verso le 10.30, nel porto di Sadarghat, dove rimane per
un paio d'ore "in mezzo ai monelli". Ce ne sono una trentina, acquattati
in un sottoscala, alle prese con l'alfabeto: mentre fuori una classe
più adulta sta cercando di superare l'esame scritto dopo un corso
di sei mesi. (...) Ciò che colpisce è il clima festoso
che subito s'instaura tra insegnamento e apprendimento e ci vuol poco
a capire che per questi ragazzi di strada, cui i maestri distribuiscono
con parsimonia il sillabario, i fogli, le matite e i righelli, quelle
poche ore di scuola sono un gioco, i soli momenti di evasione strappati
a una giornata che li vede impegnati nella fatica quotidiana: cioè
in quei piccoli lavori che gli consentono di raggranellare qualche taka,
come vendere gelati, cioccolatini o ninnoli di plastica, o raccogliere
giornali e stracci sui marciapiedi o rassegnarsi all'occupazione più
dura ma anche più redditizia, quella del facchino alla stazione
o nel porto. Intenerisce e ripugna lo spettacolo di questi ragazzini
di 12 o 13 anni che vedi sgambettare sotto il peso di sacchi enormi verso
i treni o i bastimenti in sosta. L'accattonaggio e, peggio ancora, la
prostituzione infantile sono l'ultima risorsa di questo maxiesercito
di minori alla deriva. E un sentimento di pietà cristiana suggerisce
che, ancora più degli altri, questi ultimi hanno diritto di presenza
nel presepio di Dacca.
Quasi sempre vittime di una situazione familiare che li hacostretti ad
allontanarsi da casa, i ragazzi e le ragazze di strada devono poi subito
fare i conti con l'ostilità del mondo degli adulti, che non di
rado è ottuso e spietato. I bambini che dormono sui marciapiedi
o in qualche angolo dei nauseabondi budelli urbani sono spesso svegliati
dagli spazzini notturni che gli rovesciano addosso secchiate d'acqua.
I "boss" dei quartieri malfamati li costringono a vendere narcotici e
li puniscono a suon di cazzotti se non riescono a piazzare la merce.
è anche frequente il caso dei bulli di strada che li sorprendono
nel sonno e gli portano via le poche monete guadagnate a fatica. Talvolta,
tra i ladri, c'è pure qualche agente di polizia. "Gli uomini politici
- racconta Hassan, 14 anni - ci ingaggiano per pochi soldi durante le
campagne elettorali e se lanciamo bombe alle dimostrazioni il compenso
è di 100 o 200 taka a bomba".
Per le ragazzine di strada o assunte come domestiche tuttofare in case
private, il problema è la lussuria maschile. L’insidia è
in ogni strada, alla fermata degli autobus, su vecchie corriere vuote
abbandonate, nei vagoni del treno. "Spesso siamo circondate per
strada da gruppi di uomini che ci mettono le mani addosso e ci chiamano
puttana - confida una graziosa dodicenne con un fiocco rosso nei capelli
-. Io faccio la serva, anzi sono la schiava della padrona di casa. La
prima notte suo marito ha abusato di me e continua a farlo... Sono certa
che la moglie lo sa, ma fa finta di niente". Secondo l’Unicef
i minori che si prostituiscono nel Bangladesh sarebbero 10 mila, che
è già un totale da sgomento: ma i dati emersi da altre
indagini parlano di oltre 90 mila. Un problema immane per Terre des hommes
e per Aparajevo-Bangladesh, impegnati da qualche anno nella realizzazione
di un progetto che non s’illude di escogitare una soluzione taumaturgica,
ma si prefigge quanto meno di alleviare il dramma del mondo minorile
in questa estrema periferia asiatica. A Dacca, questa operazione di "pronto
soccorso" si articola in tre fasi che corrispondono ai tre centri
programmati dell’Organizzazione: il primo è un drop-in-centre
(un centro di passaggio) dove i ragazzi di strada s’incontrano
per qualche ora di tanto in tanto per poi tornare alle loro quotidiane
occupazioni; il secondo è un centro diurno dove possono trascorrere
l’intera giornata, ma non la notte che li vedrà riconfluire
nei loro giacigli d’emergenza, alla mercè dei ladri, degli
ubriachi o dei "boss" violenti della Mala; il terzo, infine,
è un centro residenziale, una specie di Club o college privato
dove gli adolescenti e i giovani concluderanno il ciclo della loro rieducazione.
(…)
Ma è certamente a Jessore, un centinaio di chilometri ad est di
Dacca, che l’impatto dei Wip children , i figli delle prostitute,
è più tremendo. Jessore - 200 mila abitanti - è
una città-bordello. I postriboli, che le autorità hanno
fatto chiudere a Dacca, qui resistono anche se la clientela è
sempre più scarsa: la causa prima del declino - mi informano -
è il timore dell’Aids; e poi l’arroganza della polizia
che spadroneggia e arresta donne e clienti quando irrompe nei miserabili
tuguri, anche se la prostituzione, nelle case chiuse, non è illegale.
I casini sono quasi tutto nello stesso quartiere e formano una specie
di mini villaggio di stamberghe senza luce, le pareti foderate di giornali,
nel fetore delle fogne che scorrono tra i marciapiedi di sassi. Alcune
donne cucinano sotto una tettoia riso e montone, altre fanno il bucato,
una si fa la doccia rovesciandosi in testa una brocca d’acqua fredda,
attinta alla pompa nel cortile. Bokul, 30 anni, sbarcata nel bordello
quando ne aveva 12, riceve un cliente mentre il suo bambino, di pochi
mesi, dorme avvolto in una coperta. Nel casino attiguo, apprendo, vivono
altri 5 bambini: uno di loro, piccolissimo, dondola in un’amaca
appesa sotto il portico. Ma la maggior parte dei Wip children è
ospite dell’ostello Jagorani-Chakra , allestito e gestito da Terre
des hommes.
(…) Ecco Lipi, 22 anni, molto bella: sua figlia Kea - 4 anni, stesso
volto, stessi occhi e capelli di velluto - sta all’ostello e lei
appena può la va a trovare. "Ho grandi progetti per la mia
bambina - dice -, vorrei studiasse medicina, da grande. Ma non so se
ce la farò. Quando va bene, con sette otto clienti al giorno,
guadagno dai 500 ai 600 taka (dai 9 agli 11 dollari). Per una notte intera,
il prezzo è di 2.000 (37 dollari)".
(…) All’ostello lamentano che le mamme arrivano spesso ubriache
quando fanno visita ai figli e anche per questo - dice un’insegnante
- "noi scoraggiamo i nostri ragazzi quando manifestano l’intenzione
di tornare ai bordelli per stare loro vicino. Qui studiano, imparano
a leggere e a scrivere, li incoraggiamo anche a fare lavori di artigianato
e giardinaggio. Non le sembrano sereni e perfino allegri? Studiano, mangiano,
dormono e giocano. Questa è la loro casa".

(…) Ma niente potrebbe suscitare maggior sdegno e sgomento della
cava di pietra di Paglà dove l'infanzia del Bangladesh, messa
a cuocere per ore sotto il sole a picco, ha il suo primo duro contatto
con la brutalità di un’esistenza che difficilmente cambierà
negli anni a venire. (…) Anche qui il 25 per cento è costituito
da minorenni e da bambini. La prima che incontro è Sheema, 6 anni,
che con ritmo costante tira giù martellate sul mattone tenuto
fermo tra i piedini, col rischio di fracassarli: le daranno 35 taka (poco
più di mezzo dollaro) se riuscirà a ridurre in polvere
100 mattoni "duri", 15 se più "morbidi". La
cava è una tradizione di famiglia: sua mamma Rozina, che le sta
accanto, aveva cominciato a 10 anni, mentre Sheema quando è scesa
in campo ne aveva solo 4. Dopo il turno del mattino va a scuola per un
paio d’ore: poi torna alla sua mazza fino a sera.
Poco più in là, su un cumulo di sassi, c’è
un’intera famiglia al lavoro: la madre, 26 anni, rimasta vedova,
le due figlie, Asma (7) e Saida (5) e infine, un poco in disparte, Al-Amin,
3 anni, nudo come mamma l’ha fatto, che picchia con impegno sul
suo mattone. Un gioco che potrebbe durare tutta la vita. Mi sembra giusto
dargli il posto d’onore nel presepio di Dacca.!