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	<title>Terre des hommes Italia</title>
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	<description>Adozioni a distanza: Terre des hommes Italia</description>
	<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 16:22:38 +0000</pubDate>
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		<title>I CAMPI ESTIVI 2010 A BEIT ULA avventure sotto la luna e grappoli d&#8217;uva&#8230;</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/07/13/i-campi-estivi-2010-a-beit-ulaavventure-sotto-la-luna-e-grappoli-duva/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 16:20:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Progetti Medio Oriente]]></category>

		<category><![CDATA[adozioni a distanza]]></category>

		<category><![CDATA[campi estivi]]></category>

		<category><![CDATA[palestina]]></category>

		<category><![CDATA[terre des hommes]]></category>

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		<description><![CDATA[
Si è concluso venerdi il 9 luglio il campo estivo per adolescenti ragazzi , della durata di una settimana,  realizzato nell&#8217;ambito del progetto &#8220;Sviluppo delle risorse sociali ed educative a favore della popolazione minorile di Beit Ula, nel Distretto di Hebron AID8556 TDH/TOC&#8221; co-finanziato dalla Cooperazione Italiana e da Terre des hHommes Italia.

Il campo estivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/1beit.jpg" alt="" /></p>
<p>Si è concluso venerdi il 9 luglio il campo estivo per adolescenti ragazzi , della durata di una settimana,  realizzato nell&#8217;ambito del progetto &#8220;Sviluppo delle risorse sociali ed educative a favore della popolazione minorile di Beit Ula, nel <strong>Distretto di Hebron </strong>AID8556 TDH/TOC&#8221; co-finanziato dalla Cooperazione Italiana e da <a href="http://www.terredeshommes.it">Terre des hHommes Italia.</a></p>
<p><span id="more-490"></span></p>
<p>Il campo estivo è durato una settimana ed è stato, suddiviso in due sottocampi, intitolati &#8220;Adventures under the moonAvventure sotto la luna&#8221; per i ragazzi e &#8220;Campo estivo Anaqeed summer camp” (grappolo d&#8217;uva in arabo) per le ragazze. Queste attività hanno , ha impegnato il Beit Ula Cultural Centre, partner di Terre des hommes, in una nuova avventura che ha visto come protagonisti 72 partecipanti (46 ragazzi e 26 ragazze dai 14 ai 17 anni, di cui 7 disabili),  lo staff ed  i volontari del centro in una settimana davvero intensiva di attivita’a.<br />
Il programma di attivita’ aveva tre principali obiettivi:</p>
<ul>
<li>sviluppare l&#8217;autonomia dei ragazzi, potenziandone le capacità e facendone acquisire di nuove:; far</li>
<li>prendere coscienza di sé, dei propri bisogni e delle proprie qualità</li>
<li>aprirsi agli altri, comprenderli ed interagire con loro in un contesto di fiducia reciproca e rispetto personale.</li>
</ul>
<p>Per raggiungere tali obiettivi si e’ è utilizzato come spunto la pedagogia scout alla quale si sono unite tecniche  di relazioni di aiuto basate sull’approccio gestaltico. Il metodo scout, cosiddetto viene chiamato “attivo” perche’è è basato sull’imparare facendo.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/2beit.jpg" alt="" /></p>
<p>Esso parte dal presupposto che ognuno è il primo protagonista della propria crescita. Da ogni esperienza personale, infatti, l’individuo puo’trarre gli insegnamenti che mettono le basi per la crescita integrale della persona. L’approccio gestaltico, invece, prevede l’utilizzo di tecniche di intervento basate sull’uso dell’arte, della creatività e del gioco volti a facilitare il recupero “dell’espressione” personale nella relazione con se stessi e con gli altri, come risorsa di resilienza fattore importante di crescita.</p>
<p>La metodologia applicata, sicuramente adatta anche ad altri contesti meno critici rispetto a quello palestinese, e’è risultata particolarmente efficace in questo territorio dove Terre des hommes opera sin dal 2001 con diversi progetti rivolti all’infanzia. Altri ingredienti importanti hanno favorito il successo dei due campi: l’ avventura, il gioco e la vita all’aria aperta a contatto con la natura, contribuendo cosi a rendere queste esperienze uniche sia per gli educatori che per i ragazzi.</p>
<p>In particolare:<br />
Adventures under the moon (Il campo Avventure sotto la lLuna) iniziava ogni giorno si e’ svolto dal 2 al 9 luglio, dalle 17 e finiva alle 8.30 del mattino successivo, con sveglia quotidiana alle 5 del mattino. Il campo ha proposto diverse attività quali escursioni alla scoperta dell’ambiente e del paesaggio delle colline circostanti, teatro, sport, giochi di cooperazione e competizione, che hanno promosso e consolidato la vita di gruppo. I ragazzi hanno raccolto la legna nel bosco, imparato ad accendere il fuoco, a riconoscere gli animali e le loro abitudini quotidiane, a raccogliere erbe officinali e a conoscersi meglio. Durante le lunghe serate, momento magico di tutta la giornata, i ragazzi hanno cantato, ascoltato storie fantastiche ed improvvisato scenette attorno al fuoco in un’atmosfera calda e ricca di entusiasmo. Connesse alla conoscenza del territorio, alla presenza del Consiglio Direttivo del centro, e’  stato poi realizzato un laboratorio, tenuto dal direttore del centro Jamal Talab, sulla storia della Palestina. La serata, iniziata e chiusasi con una performance di dabqa (una danza tradizionale) dei ragazzi, e’è stata resa dinamica ed interessante  grazie all’utilizzo dello schermo e del proiettore forniti dal progetto. Infine, sotto un bellissimo cielo notturno, i ragazzi hanno imparato a riconoscere le costellazioni, e potuto provare l’emozione di dormire all’aperto vincendo i timori iniziali di rimanere, per la prima volta, lontani da casa, immersi nel silenzio della natura grazie alla vicinanza, non solo fisica, di nuovi compagni di avventura.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/3beit.jpg" alt="" /></p>
<p>Anaqeed Summer Camp: Il campo estivo per le ragazze è stato chiamato Anaqeed e’ una parola che in arabo significa , grappolo d’uva in arabo. Ogni acino, nell’immaginario delle ragazze, ha rappresentato le capacita’à ed i valori da mettere in gioco per crescere e vivere un’esperienza indimenticabile. Il giardino, rimesso in ordine ogni mattina dai ragazzi, ha ospitato 26 ragazze tra cui una ragazza con la sindrome di down, che grazie al suo sorriso ed al suo modo unico di porsi di fronte alle situazioni e alle persone è stata un’incredibile fonte di arricchimento per tutto il gruppo. Perno di tutto il campo ’è stato il teatro, utilizzato come strumento per parlare di se’è e delle delicate questioni connesse a questa eta’ di cambiamento. IlSi è usato il metodo usato e’ stato quello della scrittura/improvvisazione appreso dallo staff, durante le precedenti formazioni in tecniche teatrali. Le ragazze, cosi’ come i ragazzi, sono state divise in piccoli gruppi, ognuno dei quali ha scelto un nome ed un proprio grido di gruppo. Le giornate sono state scandite da momenti di gioco, sport, competizioni arte e role -play. Alle ragazze e’ stato chiesto di tenere un diario giornaliero che verra’ consegnato ai genitori al termine del campo. Significative le due uscitegite: la prima a Ramallah, finalizzataper scoprire alla scoperta dei centri artistici, storici e ricreativi (Anah Family  Tradition museum, Al Qasaba theatre, Al Kamandjati Association, Popular Art Centre, la Muqata’a,  – il luogo in cui e’è sepolto Arafat, il parco Bir Zeit Swimming park ande il luna park Mic Mas luna Park).</p>
<p>Indimenticabile per le ragazze è stata l’esperienza al teatro in cui le ragazze hanno potuto, oltre chea conoscerne  la storia ed il backstage, recitare sul palcoscenico;. È  è stato toccante anche l’ascolto di due brani musicali, di cui uno suonato da musicisti professionisti ed un secondo suonato al pianoforte da un giovane studente di Al Kamandjati. In questa gita non e’è mancato il divertimento: la freschezza dell’acqua della piscina ed  i giochi al luna park hanno infatto chiuso mirabilmente la giornata esaurendo l’energia anche delle piu’ vivaci.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/5beit.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>La seconda escursione, all’insegna dell’avventura, ha invece condotto le ragazze tra le colline circostanti il Bir Al Qu’s garden alla ricerca di pietre, foglie, rami, utilizzati poi per la realizzazione di un laboratorio artistico  nel quale le ragazze sono state accompagnate nella creazione di un “luogo sicuro”, luogo emotivo ed immaginario in un primo momento ed artistico in un secondo. Durante il laboratorio infatti alle partecipanti e’ è stato proposto di utilizzare  il meateriale trovato per creare un oggetto che rappresentasse uno spazio accogliente e comodo, concreto  come una casa, una grotta, una stanza, un prato o astratto costituito di elementi simbolici che rappresentassero gli elementi necessari per la propria serenità. Ogni lavoro e’ poi stato descritto al gruppo.</p>
<p>Non si puo’ infine non citare la gara di cucina nella quale le ragazze hanno realizzato un piatto tipico palestinese, la maqluba, per la gioia dei palati dei ragazzi che la sera, arrivando al campo, si sono trovati l’inatteso regalo. L’esperienza di questo gruppo di ragazze si e’ conclusa con un laboratorio di collage condotto dalle educatirici del centro, attraverso il quale hanno elaborato ed espresso quanto vissuto nella loro intensa settimana.</p>
<p>La chiusura del primo turno di campi estivi segna l’inizio del terzo ed utimo campo, quello dedicato alla fascia 6-12 anni che si terra’rà dal 18 al 28 luglio 2010. Un campo, quest’anno, dedicato alla magia dei colori e delle emozioni nelle quali bambini/e si tufferanno, immergendosi in storie fantastiche che vivranno attraverso giochi e attivita’ volti a promuovere la loro creativita’à ed il loro spirito di intraprendenza, a vivere in gruppo e ad acquisire nuove capacita’ relazionali e manuali.</p>
<p>Al termine del campo, in data ancora da definirsi, come nelle migliori delle tradizioni estive, si terrà  la cerimonia finale rivolta alle famiglie e alla comunita di Beit Ula. A differenza degli anni precedenti, questa giornata sara’ l’occasione per raccontare l’esperienza di tutti e tre i campi estivi, attraverso le voci, i lavori ed il talento dei bambini e dei giovani che vi hanno partecipato. Naturalmente a tutti coloro che sono interessati, perlomeno, per chi potra’ esserci, e’ esteso il nostro piu’caloroso invito.</p>
<p>Leonor Crisostomo<br />
Responsabile progetto Tdh-It<br />
Beit Ula per Terre des Hommes Italia</p>
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		<title>In Mozambico a due passi dal Sudafrica, Silver inaugura le prime  lezioni di fumetto per i bambini delle Case del Sole di Terre des Hommes</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/05/12/mozambico-diario-di-viaggio/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:13:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Progetti Africa]]></category>

		<category><![CDATA[Cattivik]]></category>

		<category><![CDATA[Mozambico]]></category>

		<category><![CDATA[Silver]]></category>

		<category><![CDATA[viaggio in Mozambico]]></category>

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		<description><![CDATA[
Dopo quasi ventiquattro ore di viaggio, fra aerei cancellati da fulmini maligni e corse estenuanti per non perdere la coincidenza, Maputo non è forse il luogo più accogliente dove approdare: doganieri pignoli oltre ogni limite, smog infernale, e il caldo che ti aggredisce all’improvviso.

Ma sono bastate poche ore per innamorarci di questa città, di questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/IMG_0152.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Dopo quasi ventiquattro ore di viaggio, fra aerei cancellati da fulmini maligni e corse estenuanti per non perdere la coincidenza, Maputo non è forse il luogo più accogliente dove approdare: doganieri pignoli oltre ogni limite, smog infernale, e il caldo che ti aggredisce all’improvviso.</p>
<p><span id="more-489"></span></p>
<p>Ma sono bastate poche ore per innamorarci di questa città, di questo Paese e della sua gente. Basta allontanarsi un poco dalla strada per sentire il profumo particolare del vento africano, un odore indefinibile di buono che pervade l’aria. L’Africa ti inzuppa gli abiti col suo sudore e il sole è come un ferro da stiro in faccia.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/IMG_0158.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Nelle Case del Sole di Antigos Combatentes e Xinonaquila, alla periferia della capitale che e Terre des Hommes gestisce e dove ha organizzato due laboratori di fumetto, i bambini sono curiosi, felici e irresistibilmente belli. Sorprende la loro educazione e la loro disciplina mentre seguono la lezione di disegno tenuta da Silver, il papà di Lupo Alberto e Cattivik, quest’ultimo testimonial di Terre des Hommes. La gioia che esprimono parla di una vita che, seppure priva di quasi tutto quello che rende apparentemente felici i bambini occidentali, è una vita piena, fatta di bisogni primari soddisfatti solo in parte, ma comunque dignitosa e proiettata nel futuro di questo Paese che sta faticosamente risalendo la china una sanguinosa guerra civile.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/IMG_0155.jpg" alt="" width="500" height="667" /></p>
<p>La gente che faceva i caroselli di auto per festeggiare la vittoria del Benfica del campionato portoghese domenica sera, non era gente che affogava la propria miseria nel fanatismo da stadio, ma gente consapevole che in fondo solo di una coppa si trattava e che il giorno dopo sarebbe iniziata una nuova giornata di lavoro o di qualcosa di simile. Non c’è rassegnazione, non c’è rabbia, non c’è ostilità nei loro sguardi, solo la serena dignità di chi non chiede nulla perché quello che ha gli basta</p>
<p><a href="http://www.tuttincampoperibambini.it/banner/banner300x250.swf"><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/scendi-in-campo-300x250.gif" alt="" /></a></p>
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		<title>AstaJappo per Terre des Hommes</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 15:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Video stream]]></category>

		<category><![CDATA[asta di beneficenza]]></category>

		<category><![CDATA[Hagakure]]></category>

		<category><![CDATA[terre des hommes]]></category>

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		<description><![CDATA[Simpatica asta di beneficenza promossa da Hagakure a favore dei progetti di Terre des Hommes in diretta video. 
Free TV Show from Ustream
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Simpatica asta di beneficenza promossa da Hagakure a favore dei progetti di Terre des Hommes in diretta video. <br/><br/></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="400" height="320" id="utv498461"><param name="flashvars" value="autoplay=false&amp;brand=embed&amp;cid=4072237&amp;locale=en_US"/><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="allowscriptaccess" value="always"/><param name="movie" value="http://www.ustream.tv/flash/live/1/4072237"/><embed flashvars="autoplay=false&amp;brand=embed&amp;cid=4072237&amp;locale=en_US" width="400" height="320" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" id="utv498461" name="utv_n_416295" src="http://www.ustream.tv/flash/live/1/4072237" type="application/x-shockwave-flash" /></object><a href="http://www.ustream.tv/" style="padding: 2px 0px 4px; width: 400px; background: #ffffff; display: block; color: #000000; font-weight: normal; font-size: 10px; text-decoration: underline; text-align: center;" target="_blank">Free TV Show from Ustream</a></p>
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		<title>Haiti: diario di viaggio 8° -  storia di Darlyne</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/02/02/haiti-diario-di-viaggio-8%c2%b0-storia-di-darlyne/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 17:11:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[haiti]]></category>

		<category><![CDATA[terre des hommes]]></category>

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		<description><![CDATA[
Bambini scomparsi, bambini trafficati, bambini non accompagnati. In  questi giorni si parla molto di bambini e si danno parecchie cifre.  Anche diversi giornalisti hanno provato a farmi dare cifre, ma  francamente non me la sono sentita.

In un paese in cui 200.000 bambini sono venduti come schiavi domestici  (Restavek), 2.000 trafficati a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti55.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Bambini <strong>scomparsi</strong>, bambini <strong>trafficati</strong>, bambini <strong>non accompagnati</strong>. In  questi giorni si parla molto di bambini e si danno parecchie cifre.  Anche diversi giornalisti hanno provato a farmi dare cifre, ma  francamente non me la sono sentita.</p>
<p><span id="more-487"></span></p>
<p>In un paese in cui <strong>200.000 bambini sono vendut</strong>i come schiavi domestici  (Restavek),<strong> 2.000 trafficati</strong> a scopo sessuale verso la sola Repubblica  Dominicana, moltissimi ospitati negli oltre <strong>700 orfanotrofi</strong> del paese  (quasi sempre per motivi economici) e la maggior parte neanche  registrati all&#8217;anagrafe, quindi invisibili, le cifre rischiano sono  sempre fallaci. Mi basta pensare anche a uno solo di questi bambini, ai  pericoli che corre, a quel tremendo percorso a ostacoli che è la sua  vita.</p>
<p>In ogni caso è evidente che qui ad Haiti, e in particolare nel vortice  di quest&#8217;emergenza, una delle principali urgenze è proprio quella di  fronteggiare il traffico dei bambini. Scrivo a poche ore dal fermo di  una coppia di americani, colta sul fatto mentre trasportava fuori dal  paese una trentina di bambini e mentre rischia di saltare tutto il  sistema che regola l&#8217;adozione internazionale e quindi la certezza che il  bambino sia in reale stato di abbandono.</p>
<p>Quello che si sta cercando di fare in queste ore è iniziare un  censimento, campo per campo, dei<br />
bambini non accompagnati. Contemporaneamente ogni struttura ospedaliera  sta registrando i<br />
pazienti e inviando una lista dei bambini soli alla Croce Rossa  Internazionale. Per le strade passano anche camionette con megafono che  elencano i nomi delle persone ancora disperse e dei bambini che sono  stati ritrovati.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è quello di favorire il ricongiungimento familiare, evitando  premature &#8220;dichiarazione d&#8217;abbandono&#8221;. E&#8217; un lavoro immane in questa  situazione di caos a tratti disperato, ma può dare i suoi frutti.</p>
<p>Quella che vi racconto oggi è la storia di Darlyne, 13 anni, uno dei  piccoli miracoli che capita di incontrare anche da queste parti.</p>
<p>Darlyne vive qui a Port au Prince, figlia di un haitiano temporaneamente  in Svizzera per lavoro, e di una francese.</p>
<p>Dopo il terremoto la <strong>piccola Darlyne </strong>si ritrova per strada: attorno solo  macerie, urla, corpi strazianti, pianti a dirotto. Con sé non ha più  neanche il suo piccolo zaino, solo un cellulare, ma senza credito e  senza linea.</p>
<p>Come molti altri bambini di PaP Darlyne non ha altro da fare che seguire  la folla. Dalla strada ai primi campi improvvisati, dove la maggior  parte dei bambini hanno trovato un rifugio, per quanto insicuro.</p>
<p>9 giorni passano così: la mamma è dispersa e il papà ormai è convinto di  aver perso entrambe, mentre Darlyne si muove spaventata alla ricerca di  cibo e di un po&#8217; d&#8217;acqua, sempre sulla difensiva tra gente che non  conosce.</p>
<p>9 giorni finché non riesce a trovare qualcuno che le presta un cellulare  funzionante.</p>
<p><strong>1, 2, 3 tentativi</strong>, l&#8217;ansia di riuscire a mettersi in contatto con il  papà. 4, finalmente c&#8217;è linea. I primi squilli, la voce del papà e il  pianto liberatorio. E&#8217; viva! Viva e vorrebbe tanto riabbracciare il suo  papà e la sua mamma.</p>
<p>Darlyne non sa dire esattamente dove si trovi, in quale campo, in quale  parte della città e anche lle indicazioni di chi le ha prestato il  cellulare sono vaghe, vaghissime, ma almeno una prima traccia.</p>
<p>Il papà conosce <a href="http://www.terredeshommes.it">Terre des Hommes </a>a Losanna e chiede un aiuto. I miei  colleghi avvertono subito<br />
la squadra sul campo e uno di loro parte immediatamente alla ricerca  della piccola Darlyne. Ci vorrà circa una giornata per trovarla, ma alla  fine la bambina è salva e viene ospitata presso un accampamento  protetto per bambini non accompagnati gestito dall&#8217;Unicef.</p>
<p>Nei prossimi giorni potrà andare in Svizzera e riabbracciare il suo  papà. Della sua mamma, purtroppo, non si hanno ancora notizie.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Haiti: diario di viaggio 7° - due stampelle che cambiano una vita</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/01/31/haiti-diario-di-viaggio-7%c2%b0-due-stampelle-che-cambiano-una-vita/</link>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 16:45:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[aiuto]]></category>

		<category><![CDATA[haiti]]></category>

		<category><![CDATA[stampelle]]></category>

		<category><![CDATA[terre des hommes]]></category>

		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:

Haiti, 28 gennaio 2010
Oggi le zanzare di Port au Prince dovranno accontentarsi della metà del mio sangue. Sveglia alle 4.30 del mattino, dopo 4 ore di sonno, doccia veloce e via.
Oggi io, Andrea (il collega italo-svizzero logista della nostra missione) andremo a Les Cayes. Ci accompagnano Andrea Nicastro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:</strong></p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/stampelle.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Haiti, 28 gennaio 2010</p>
<p>Oggi le zanzare di <strong>Port au Prince</strong> dovranno accontentarsi della metà del mio sangue. Sveglia alle 4.30 del mattino, dopo 4 ore di sonno, doccia veloce e via.</p>
<p>Oggi io, Andrea (il collega italo-svizzero logista della nostra missione) andremo a Les Cayes. Ci accompagnano <a title="servizio corriere della sera" href="http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&amp;vxChannel=Dal%20Mondo&amp;vxClipId=2524_5798988e-0db9-11df-829b-00144f02aabe&amp;vxBitrate=300">Andrea Nicastro</a>, reporter di vaglia del Corriere della Sera e una troupe di Rai 2.</p>
<p>Sono 4 ore e mezza ad andare e altrettannte a tornare, lungo quella che in questi giorni è stata la via degli sfollati.</p>
<p><span id="more-486"></span></p>
<p>Nella Port au Prince ancora al buio si succedono le macerie, dal Palazzo Presidenziale fino a Carrefour, piccolo centro al confine della capitale. Ingolfano le strade le case crollate, le condotte dell&#8217;acqua esplose sotto la pressione del terremoto, i cumuli di terra accumulati in questi giorni di lenta, lentissima pulizia della città.</p>
<p>Dopo PaP, Carrefour, Leogane, Grande Goave, Petite Goave, uno via l&#8217;altro i centri più colpiti, non luoghi dove fino all&#8217;80% delle case è stato spazzato via e dove iniziano a organizzarsi i primi campi, molti spontanei, alcuni, finalmente, attrezzati dalle molte organizzazioni che si sono subito attivate, anche se le tende sono ancora poche, troppo poche, per soddisfare i bisogni di tutti.</p>
<p>Ci vogliono più di 2 ore, cento km circa, per allontanarci dalla devastazione e riprendere il percorso lungo la stada di questa spoglia isola dei caraibi.<br />
<img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/stampelle2.jpg" alt="" width="500" height="375" /><br />
Viene tristezza a quanta bellezza sia stata consumata. Guardi le spiagge, le isolette che istoriano il paesaggio, gli sprazzi di vegetazione lussureggiante e immagini l&#8217;eden. Attorno invece è tutto brullo, abbandonato, spesso sporco. Mi sembra che non ci sia povertà maggiore, disperazione maggiore di quella di chi ha rinunciato alla sua bellezza, ma so che di fronte a tanto urlante dolore questa è solo retorica. Ora bisogna salvare delle vite e non c&#8217;è spazio per la filosofia, l&#8217;estetica o per le polemiche che pure sento arrivare dall&#8217;Italia.</p>
<p>Raggiungiamo Les Cayes che sono passate da un po&#8217; le 10.</p>
<p>Qui, nella capitale del distretto Sud del paese, sembra si siano riversate oltre 65.000 persone. E&#8217; un calcolo fatto a spanne, intervistando ogni giorno per 2/3 ore chiunque entri nella città e moltiplicandolo per le ore utili della giornata e i giorni trascorsi dal terremoto. Ma non è un numero irrealistico.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/stampelle3.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Qui si è riversato soprattutto chi aveva familiari o parenti lontani. Per questo non ci sono tendopoli a Les Cayes, ma non per questo non ci sono tensioni.</p>
<p>Con uno dei nostri operatori di comunità abbiamo incontrato 5 famiglie con sfollati. Quello che emerge nei loro racconti è sempre la paura, a volte il terrore, la mancanza di qualsiasi idea del proprio futuro. Ma si respira anche la tensione. Lì dove c&#8217;erano 7 persone in una o 2 stanze, ora ce ne stanno fino a 10/11, senza servizi igienici, con un piccolo pozzo all&#8217;esterno.</p>
<p>Molti di questi devono pagare un affitto, ma per quanto tempo potranno farlo se non ricominceranno a lavorare? E per quanto potranno essere accettati se non saranno in grado di portare un sia pur piccolo contributo a queste famiglie poverissime?</p>
<p>Oggi, in mancanza di un piano di accoglienza degli sfollati le incognite sono molte e le possibilità che l&#8217;intera vita dell&#8217;isola venga sconvolta anche da questa migrazione biblica, fin nelle sue fondamenta sociali, mettono paura per il futuro.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/stampelle5.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Les Cayes è il posto dove Terre des Hommes è presente da oltre 20 anni. Qui personaggi come Michel Roulet hanno lavorato a lungo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di donne e bambini con meno di 5 anni, cambiandone le abitudini alimentari e igieniche; insegnado loro la virtù della profilassi e di un consulto medico in gravidanza; avvicinandole alle vaccinazioni e, quando necessario, integrando nella dieta dei bambini supporti alimentari come il Plumpy&#8217;nut.</p>
<p>Qui a Les Cayes il nostro team infermieristico, la nostra psicologa e gli operatori di salute, coordinati dalla splendida Eleonore Chiossone, responsabile di progetto purtroppo avvezza ai campi di Sudan,Afghanistan e Kenya, sin dalle prime ore hanno organizzato l&#8217;accoglienza dei malati, la distribuzione tra i casi più gravi, quelli da operare presso l&#8217;ospedale pubblico, e i feriti meno gravi, portati alla clinica Brenda, dove abbiamo allestito due grandi tende da campo oltre a organizzare le cure.<br />
<img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/stampelle8.jpg" alt="" width="500" height="375" /><br />
Siamo qui per vedere il lavoro svolto dai miei colleghi, 59 persone di cui 5 espatriati, ma anche per consegnare le prime stampelle e deambulatori. Ed è qui che incontro Klossome.</p>
<p>Klossome ha 28 anni e le sue belle gambe sono deturpate dall&#8217;amputazione di metà piede, regalo offertole dal terremoto nella sua casa di Port au Prince. E&#8217; arrivata qui 3 giorni dopo il terremoto, con il piede ormai infettato, perchè qui aveva la mamma. C&#8217;è venuta dopo aver perso i sensi e grazie all&#8217;aiuto dei vicini che l&#8217;hanno salvata da morte quasi certa. Soprattutto, è venuta qui convinta di aver perso anche i figli, sepolti sotto le macerie della casa.</p>
<p>Fortunatamente a Les Cayes sono riusciti a intervenire e a fermare l&#8217;infezione, ma ormai il piede era perso. Non i figli però. E Klossome ha un attimo di emozione quando i 2 bambini, che l&#8217;hanno raggiunta dopo più di 10 giorni le si avvicinano: lì ha ritrovati un vicino dopo qualche ora, ma ci sono voluti 5 giorni finché, ripristinati almeno in parte i collegamenti telefonici, Klossome ha scoperto che erano vivi.</p>
<p>la loro voce, insieme alla presenza della sua mamma e alla tenerezza delle nostre operatrice sono state per giorni la sua unica ancora di salvezza.</p>
<p>Klossome è la prima paziente curata da Terre des Hommes a ricevere delle stampelle. Dovrà abituarcisi, dopo tutto questo tempo stesa su un materassino, e mentre prova ad appoggiarvisi il dolore è fittissimo, atroce&#8230; Ma nei prossimi giorni, con un po&#8217; di sforzo, ci si abituerà e finalmente potrà tornare a muoversi, a camminare. Un piccolo, ma prezioso barlume di speranza in tanta disperazione.</p>
<p>Cara Klossome, è tempo di andare, ma a te e agli altri: promettiamo di non lasciarvi da soli!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Haiti: diario di viaggio 6° - faccia a faccia con il dolore</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/01/28/haiti-diario-di-viaggio-6%c2%b0-faccia-a-faccia-con-il-dolore/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 11:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[dolore]]></category>

		<category><![CDATA[emergenza]]></category>

		<category><![CDATA[haiti]]></category>

		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:

Coconut Villa - ore 23.00 ore locali
Oggi dolore e felicità si sono scontrati, rincorsi, quasi azzannati nel  caldo afoso di questa città nella quale è difficile, forse inutile  pensare a un ritorno alla normalità&#8230; E poi quale normalità?
Avrei la voglia di raccontarvi la gioia e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:</strong></p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti28.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Coconut Villa - ore 23.00 ore locali</p>
<p>Oggi dolore e felicità si sono scontrati, rincorsi, quasi azzannati nel  caldo afoso di questa città nella quale è difficile, forse inutile  pensare a un ritorno alla normalità&#8230; E poi quale normalità?</p>
<p>Avrei la voglia di raccontarvi la gioia e la disperazione, voglia di  passare dalla rabbia al lieto fine, ma oggi non ce la faccio.</p>
<p>Oggi sono entrato all&#8217;ospedale generale di <strong>Port au Prince</strong>, il vero cuore  di questa rincorsa contro il tempo che è l&#8217;emergenza Haiti. E&#8217; qui che  si concentra tutta la sofferenza di questa città. E&#8217; qui che si  concentra l&#8217;aiuto dei più grandi organismi internazionali e quello della  maggior parte delle nazioni del mondo, con la sola eccezione  dell&#8217;Italia che ha scelto un posto più defilato.</p>
<p><span id="more-485"></span></p>
<p>Con gli altri colleghi di Terre des Hommes siamo entrati qui per  consegnare alla pediatria letti da campo donatici dalla Protezione  civile italiana e per avviare i primi Spazi a misura di bambino  dell&#8217;ospedale.</p>
<p>A farci d&#8217;apripista uno degli eroi di questa emergenza, Michel Roulet,  pediatra, docente dell&#8217;Università di Losanna, da trent&#8217;anni volontario  di Terre des Hommes in una vita che lo ha portato fino a qualche anno fa  anche qui, a Les Cayes, dove Terre des Hommes da 20 anni combatte la  mortalità dei bambini e delle mamme al parto e la fame, che qui è una  brutta bestia con cui la gente è abituata a convivere al di là del  terremoto. Michel è il simbolo splendido di questi primi 50 anni di  storia di Terre des Hommes, uno dei figli<br />
più illustri di quello spirito nato dalla tenacia e dall&#8217;indignazione d<strong>i  Edmond Kaiser</strong>.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti29.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p><strong>Michel</strong>, proprio per la sua conoscenza del territorio è stato incaricato  dalla <strong>Cooperazione Svizzera</strong> di rimettere in piedi la pediatria e la  maternità dell&#8217;ospedale generale, distrutta dal terremoto. Arriva,  comincia, e si accorge che nessuno vuole operare un bambino. Hanno tutti  paura. E lui compie un <strong>piccolo miracolo</strong>, avvenuto in <strong>cinque giorni:</strong> riorganizza tutto e riesce a portare a termine ben <strong>184 operazioni  eseguite</strong>, su altrettanti bambini.</p>
<p>Incontro <strong>Michel </strong>tra una riunione e l&#8217;altra. Il tempo è poco. Ma pure in  questo inferno di tende, jeep, lingue, macerie e protesi riesce a essere  disponibile e gioviale, anche se non mi nasconde che i problemi saranno  infiniti: troppi sono arrivati tardi, quando le ferite erano già  infettate.</p>
<p>Per la maggior parte l&#8217;unico intervento possibile è stata l&#8217;amputazione,  ma probabilmente non sarà sufficiente. E poi chi si occuperà della  riabilitazione. Chi di dare una speranza e un futuro a questi bambini?</p>
<p>Non lo so. So solo quello che vedono i miei occhi, di lì a pochi minuti,  quando insieme agli altri inizio la consegna delle brande, fondamentali  per alleviare le sofferenze dei bambini e permettere al personale  infermieristico di lavorare con più facilità. Le tende sono piene di  bambini amputati, di pianto, di ferite suppurate. Qui vedere sorridere  un bambino è difficile, anche se <strong>Jenus</strong>, 11 anni e il corpo completamente  coperto di croste riesce a darmi una mano, a scansarsi civettuola i  capelli mentre le scatto una foto. Non così per Exer, cinque anni, la  cui mamma riesce a ringraziarmi, ma non capisco davvero per cosa.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti30.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Alla fine siamo qui, ma non ci è cascata nessuna casa addosso, non  abbiamo perso un padre, una madre, una moglie, un marito, dei figli.</p>
<p>Ma non ci sono soltanto interventi chirurgici. Getto un&#8217;occhio alla  maternità e gli occhi mi si abbassano subito. Non riesco più neanche a  documentare quello che sta accadendo. Qui ci sono bambini che hanno il  volto scavato dei bambini del Biafra. Bambini con un viso da vecchi a  causa della denutrizione. Bambini arrivati qui a un passo dalla morte.  Riesco a scattare solo una foto, pudica a un bambino piccolissimo, ma  con il volto sereno. Il resto non voglio che rimanga neanche nella mia  macchina fotografica, anche se so che per etica comunque non lo userei  mai.</p>
<p>Penso ai molti volontari accorsi qui da ogni parte del mondo, volontari e  professionisti di cui la stampa italiana non si è occupata nei giorni  precedenti. C&#8217;è chi porta il cibo, chi presta servizi infermieristici  chi, come noi, servizi psicosociali e distribuzioni di letti o presta il  suo uomo migliore alla lotta contro la tragedia.</p>
<p>Il terremoto di Port au Prince, i suoi morti, la disperata ricostruzione  e riabilitazione, sono anche la più bella prova di questo mondo che va  sotto il nome di umanitario.</p>
<p>Oggi davvero non so se basterà, ma so che è anche grazie a voi che state  aiutando Terre des<br />
Hommes, le altre organizzazioni di <strong>AGIRE</strong> e chiunque lavori qui sul  campo, se qualche speranza<br />
ce l&#8217;abbiamo.</p>
<p>Buona notte da Porta au Prince. Domani si parte alle 5 in direzione Les  Cayes, spero con più ottimismo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Haiti: diario di viaggio 5° - monsieur le professeur</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/01/27/haiti-diario-di-viaggio-5%c2%b0-monsieur-le-professeur/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 10:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[haiti]]></category>

		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:
Se ne stava lì, solo soletto, tra le macerie della scuola di Notre Dame des Victoires, testa china, quaderno aperto tutto assorto nella lettura. Mentre intorno a me si radunava una frotta di bambini curiosi per &#8220;le blanc&#8221; che si aggirava con la sua maglietta arancione e con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:</strong></p>
<p>Se ne stava lì, solo soletto, tra le macerie della scuola di Notre Dame des Victoires, testa china, quaderno aperto tutto assorto nella lettura. Mentre intorno a me si radunava una frotta di bambini curiosi per &#8220;le blanc&#8221; che si aggirava con la sua maglietta arancione e con la sua macchina fotografica sempre a portata di mano, lui sembrava neanche essersi accorto di me e del baccano che stavo suscitando.</p>
<p><span id="more-484"></span></p>
<p>La tentazione di scattargli una foto però era troppo forte. Quel bambino, solo in un cortile dove fiorivano ormai solo mattoni, pezzi di ferro e polvere, con quel suo quaderno in mano sembrava rappresentare tutto quello per cui ero venuto qui: ridare una speranza, ricostruire, partendo dall&#8217;educazione e dalla tenacia di questi piccoli bambini capaci di ridere anche a pochi giorni dal terremoto che sembra avergli tolto tutto, per sempre.</p>
<p>Allora mi sono avvicinato, ho preso la mia macchina fotografica e ho scattato&#8230; ma lui se ne stava ancora lì, serissimo, imperturbabile alla presenza di questo intruso che cercava di distoglierlo dalla sua preziosa lettura. Ma secondo me sotto sotto si stava dicendo &#8220;io la soddisfazione di guardarlo mica gliela do&#8230;&#8221;</p>
<p>Caro il mio dottorino ho pensato fra me e me, adesso vediamo chi dei due la spunta&#8230; Mi guardo attorno, ci penso su un attimo e poi, scherzando, gli dico ad alta voce&#8230;&#8221;hallo, monsieur le professeur, professeur, qui, vous&#8230; regardez moi&#8221;. Ed eccolo lì, il suo sorriso prima, e poi la sua risata, bellissima, dolcissima, piena di fede nel futuro.</p>
<p>Ronald, così si chiama il ragazzino, ha 10 anni, due genitori, ed è uno dei 500 bambini che frequentavano la scuola di Suor Veronique e che adesso vive nel piccolo accampamento del cortile antistante l&#8217;orfanotrofio. Ha perso tutto, ma non la fiducia nell&#8217;avvenire. Per lui e per gli altri bambini come lui la speranza è Terre des Hommes e la scuola che ricostruiremo, più bella e più solida di prima. Non ti deluderemo, vedrai.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti-bimbo1.jpg" alt="" width="375" height="375" /></p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti-bimbo2.jpg" alt="" width="369" height="373" /></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Haiti: diario di viaggio 4° - ancora morti nelle strade di haiti</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/01/26/haiti-diario-di-viaggio-4%c2%b0-ancora-morti-nelle-strade-di-haiti/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[aiuti]]></category>

		<category><![CDATA[haiti]]></category>

		<category><![CDATA[paolo Ferrara]]></category>

		<category><![CDATA[protezione civile]]></category>

		<category><![CDATA[terre des hommes]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:

Emergenza Haiti
Hotel Coconut, 6.00 ora locale
L&#8217;altra sera, mentre lavoravamo a fare il punto sui progetti la morte è  entrata con prepotenza nella nostra giornata. Due morti, ancora due  morti, buttati a terra in strada a pochi metri da noi. Li hanno estratti  da due macchine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:</strong></p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/paolo1.jpg" alt="Giori e Paolo mentre caricano brandine per il campo sfollati di Leogane nel magazzino della protezione civile" width="500" height="375" /></p>
<p>Emergenza Haiti<br />
Hotel Coconut, 6.00 ora locale</p>
<p>L&#8217;altra sera, mentre lavoravamo a fare il punto sui progetti la morte è  entrata con prepotenza nella nostra giornata. <strong>Due morti</strong>, ancora due  morti, buttati a terra in strada a pochi metri da noi. Li hanno estratti  da due macchine schiacciate sotto le macerie e lasciati li esposti al  traffico e al caldo soffocante delle ultime ore. Non se ne vedevano da  giorni in giro, ma è probabile che se ne vedranno molti nei prossimi  giorni e settimane quando il lavoro di ripulitura dalle macerie andrà  avanti. Forse è anche per questo che alla fine, stremato dalla giornata,  ho rinunciato a scrivere il mio diario.</p>
<p><span id="more-483"></span></p>
<p>Questi due giorni del resto sono stati intensi. La mattina del 24  gennaio eravamo in pista già alle 7 con la prima riunione con il gruppo  di esperti internazionali di emergenza di Terre des Hommes. Sono stati  individuate sia le tendopoli che gli interventi che porteremo avanti in  parte da soli, in parte coordinandoci con altre organizzazioni italiane.  Ma di questo vi scriverò piu avanti.</p>
<p>SUbito dopo, con padre Giuseppe e Suor Marcella abbiamo iniziato a  gestire lo stoccaggio di alimenti che nei prossimi giorni dovremo  iniziare a distribuire nelle varie comunità. Non ci sono solo alimenti,  ma anche stampelle: uno dei beni più preziosi di fronte all&#8217;infinità di  persone che hanno perso una gamba o un piede (si parla di 22.000 persone  amputate).</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/giori1.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Nella giornata del 25 abbiamo iniziato il monitaraggio nei vari  quartieri con suor Marcella e abbiamo effettuato la prima distribuzione  di cibo e stampelle (in particolare all&#8217;ospedale delle suore  francescane).</p>
<p>Quello che vediamo davanti sono interi quartieri distrutti, dove anche  muoversi è difficilissimo. I trasferimenti richiedono almeno due ore,  con le macchine perennemente incolonnate in un&#8217;aria gravida di polvere e  odori di morte. Basta che ci sia un carico pesante  per la  distribuzione alimentare o un incidente che tutto si ferma. Ai bordi  delle strade le persone liberano le macerie ancora a mano. Qualcuno  recupera mattoni e cemento per ricostruire la sua casa. Moltissimi  cercano un lavoro, anche a giornata. Le banche e i Money Transfer sono  presi d&#8217;assalto fin dall&#8217;alba, spesso senza speranza, lungo le strade di  Port au Prince.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/haiti12.jpg" alt="camion" width="500" height="375" /></p>
<p>Alle 12 siamo andati con un camion in Protezione Civile e lo abbiamo  caricato con Razioni K (pacchi con razioni alimentari da 4000 calorie al  giorno), brandine, kit da cucina, kit igienici, taniche per l&#8217;acqua e  tende per le tendopoli di Leogane, Petit Goave e Grand Goave. Si tratta d  iuna prima parte del carico che stiamo gestendo con Intersos, un&#8217;altra  organizzazione di Agire presente sul campo.</p>
<p>Nel pomerggio abbiamo fatto, presso il campo di Croix des bouquets di  padre Giuseppe, una riunione con i rappresentanti di alcune comunità  locali con l&#8217;obiettivo di monitorare i danni subiti dalle scuole e le  necessità di cibo. Grazie ai soldi raccolti da AGIRE dovremmo  riuscire a  intervenire su 4 o 5 scuole della zona.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/giori2.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Oggi Giori e Andrea completeranno il carico per Leogane e il lavoro di  monitoraggio nelle comunità più colpite. Nel pomeriggio insieme faremo  la distribuzione alimentare all&#8217;orfanotrofio di Suor Veronique dove le  razioni ormai scarseggiano.</p>
<p>Mi dicono dall&#8217;Italia che l&#8217;attenzione su Haiti si sta spegnendo e che  si parla solo delle ultime affermazioni di Bertolaso. Qui però c&#8217;è  ancora bisogno di molto aiuto e le polemiche in questo momento non  servono. Continuate a donare, perché i bisogni sono infiniti. Grazie di  cuore</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Haiti: diario di viaggio 3° - nell&#8217;inferno di Waaf Jeremy</title>
		<link>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/01/24/haiti-diario-di-viaggio-3%c2%b0-nellinferno-di-waaf-jeremy/</link>
		<comments>http://www.terredeshommes.it/blog/2010/01/24/haiti-diario-di-viaggio-3%c2%b0-nellinferno-di-waaf-jeremy/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 18:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[bambini venduti]]></category>

		<category><![CDATA[Tende]]></category>

		<category><![CDATA[terre des hommes]]></category>

		<category><![CDATA[Waaf Jeremy]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:

Tende, tende, tende. Dietro ogni discesa, in ogni cortile, di fronte a ogni ufficio pubblico, Port au Prince oggi è la città delle tende, degli accampamenti provvisori, piccoli presidi di umanità ognuno con le proprie storie, le proprie regole i propri umori.

Oggi, mentre Giori lavorava sui progetti, io [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/100_0062.JPG" alt="terremoto" width="500" height="375" /></p>
<p>Tende, tende, tende. Dietro ogni discesa, in ogni cortile, di fronte a ogni ufficio pubblico, <strong>Port au Prince</strong> oggi è la <strong>città delle tende</strong>, degli accampamenti provvisori, piccoli <strong>presidi di umanità </strong>ognuno con le proprie storie, le proprie regole i propri umori.</p>
<p><span id="more-481"></span></p>
<p>Oggi, mentre <strong>Giori</strong> lavorava sui progetti, io e Andrea siamo andati a raccogliere dati sul territorio. Dati e storie. Perché dietro ogni numero ci sono sempre Jaqueline, Tinoun, Alexandre e ognuno degli altri <strong>2 milioni di abitanti</strong> la cui vita è stata sobbalzata violentemente e poi ributtata nel fondo di un baratro dalla durezza del terremoto.</p>
<p>Sono andato a incontrarli nelle<strong> tendopoli</strong>, fiori di speranza e socialità che spuntano nella miseria più triste. Passando tra funi stese e teli di plastica, lenzuole colorate e tende da campeggio nel cuore di città improvvisate che hanno subito preso la vitalià di un suq, di un mercato all&#8217;aperto, di un universo comunitario dove <strong>le vite di ognuno sono buttate lì</strong>, senza pudore, in mezzo a quelle degli altri.</p>
<p>Nelle tendopoli (ma questo, sia chiaro, è spesso un eufemismo) si commercia, si cucina, si gioca, si dorme, si parla, ci si pettina e si tagliano i capelli, ci si corteggia, si discute.Finché non arriva &#8220;le blanc&#8221;che nel mio caso si riferiva non solo al colore della pelle, ma anche ai capelli presto incanutiti che i bambini si divertivano a toccare, incuriositi dal loro colore. La vita, come sempre, a qualsiasi latidudine, riconquista sempre i suoi spazi, anche dopo una grande tragedia.E le tendopoli di Port au Prince ne sono un esempio.</p>
<p>A Petion Ville, quartiere antico di Port au Prince, davanti all&#8217;Hotel de la Ville, il municipio assaltato &#8220;compostamente&#8221; da più di<strong> 400 persone in cerca di cibo</strong>, sorge una di queste tendopoli. Dentro ci incontro Roland, un cinquantenne che ha perso una mano che mi dice che non se ne andrà mai da PaP perché solo qui i suoi figli hanno una speranza di poter studiare, lavorare, costruirsi un futuro migliore del suo. E <strong>Francoise</strong>, che mi dice che sarebbe anche scappata, ma vuole stare vicina alla sua casa, per paura che qualcuno le porti via non solo i pochi oggetti accumulati, ma la stessa proprietà della casa. Soprattutto, ci incontro i bambini. Una gioiosa ondata, che mi sorride, si avvicina a toccarmi, mi circonda, mi mostra ai parenti. Bimbi che giocano con la ruota, con un pallone di stracci, con una bacinella per i panni.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/100_0058.JPG" alt="bimbi ad haiti" width="500" height="375" /></p>
<p>Abbassandomi tra le funi e i teli vengo invitato a sedermi in diverse di queste case improvvisate: mi raccontano di sé, di quello che hanno perso, ma mi chiedono anche di me, di cosa faccio, del perché sono lì. La comunicazione non è sempre facile: io non capisco il creolo e spesso fatico anche con il francese improvvisato di qualcuno. Loro non capiscono il mio francese spesso impreciso ed europeo&#8230; ma alla fine ci si intende, si sorride, ci si abbraccia e capita anche di &#8220;parlare&#8221; di calcio anche se a dominare è lo spettro della fame, quello che la maggior parte ha come compagno giornaliero, in molti casi anche prima del terremoto.</p>
<p>Scendendo da Petion Ville però si incontrano tendopoli di ogni tipo: ce ne sono di disordinate e improvvisate, ma ce ne sono anche di perfettamente ordinate, posti in cui può capitare di vedere file chilometriche e &#8220;all&#8217;inglese&#8221; sotto un sole cocente per una razione di riso e fagioli.</p>
<p>Attorno, come quinte lugubri, le abitazioni crollate, sacche di polvere e cemento sgretolato che spesso nascondono ancora cadaveri, ma che dopo il lavoro di pulizia fatto negli ultimi giorni quantomeno oggi possono rappresentare l&#8217;ipotesi di una ricostruzione invece che quella dell&#8217;impotenza di fronte alla natura.</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/P1050162.JPG" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>Intanto il viaggio prosegue. Abbiamo appuntamento con Suor Marcella presso il centro di <strong>Padre Giuseppe</strong>, ma la città è bloccata. Il traffico è impazzito di fronte all&#8217;ingente mole di mezzi speciali, camion, cortei (oggi in particolare quello funebre dell&#8217;arcivescovo ucciso dal terremoto) e strade dissestate e per fare il traggitto che di solito richiederebbe mezz&#8217;ora ci mettiamo 2 ore, sotto un sole cocente in una macchina che per risparmiare non ha neanche l&#8217;aria condizionata.</p>
<p>Arriviamo alle 13, il tempo veloce di una zuppa dai componenti ancora &#8220;misteriosi&#8221; offertaci da padre Giuseppe ed è ora di ripartire.</p>
<p>Con suor Marcella vediamo un&#8217;altra faccia ancora della città. Quella delle baraccopoli più povere, quelle che costeggiano il fiume (in secca in questa stagione) che non sono crollate, semplicemente perché sono così eteree nelle loro strutture che l&#8217;ipotesi del crollo non appartiene neanche alla loro &#8220;natura&#8221;. Posti dove, ci racconta Suor Marcella, da sempre si vive di nulla. Dove non c&#8217;è lavoro, non c&#8217;è scuola, non c&#8217;è cibo e in cui il terremoto, in fondo, non ha cambiato né cambierà nulla, se non forse una luce che speriamo su questo paese non si spenga troppo velocemente.</p>
<p>Haiti qui diventa simbolo: un posto che ha una povertà superiore a quella di molti paesi africani, ma che non è Africa. Ma neanche America Latina, perché non ci si riconosce e nessuno ne riconosce l&#8217;appartenenza. Un posto che non ha lingua, non più il francese, non ancora l&#8217;inglese-americano, ma solo il suo creolo costruito giorno dopo giorno.</p>
<p>E poi arriva <strong>Waaf Jeremy</strong>, il posto dove operava suor Marcella, prima di essere mandata a lavorare in Repubblica Dominicana per combattere il traffico a fini sessuali dei bambini haitiani e la piaga dei Restavek, i <strong>bambini venduti</strong><strong> come schiavi domestici</strong> che, secondo alcune stime, sarebbero decine di migliaia ad Haiti.</p>
<p>A Waaf Jeremy, <strong>baraccopoli </strong>di Port au Prince etichettata con il codice Rosso, un posto dove neanche i soldati dell&#8217;Onu entrano, il terremoto c&#8217;è ogni giorno. <strong>70.000 persone censite</strong>. Probabilmente 200/250.000 realmente abitanti. Stretti vicoli di lamiere, e ancora lamiere, dove la fanno da padrone le bande, ma anche tubercolosi, aids e fame, acuta, quotidiana,mortale che colpisce con forme severe di denutrizione il 60% e porta alla morte tra i 10 e il 15% della popolazione. Qui, a parte suor Marcella, non si vedono altre organizzazioni, neanche quelle che le insegne ce le hanno messe da tempo. Certo, è difficile. I progetti rischiano di essere un buco nell&#8217;acqua in un contesto simile, dove non c&#8217;è neanche una scuola. Non sono forse sostenibili nel lungo periodo, come direbbe il manuale del bravo cooperante. Ma qualcosa bisognerà farlo e Terre des Hommes, organizzazione laica, vuole iniziare proprio dall&#8217;ambulatorio medico di suor Marcella, venuto giù col terremoto, per dare un segnale di speranza alla popolazione locale, ai bambini innanzitutto, ma anche agli adulti, come mi ha chiesto il settantenne Jean Michel, mentre giravo la baraccopoli in compagnia del giovane Alexandre, 21 anni, assistente di suor Marcella.</p>
<p>Non sarà facile, ma dobbiamo provarci, mi dico mentre prendo appunti: siamo qui per questo!</p>
<p>Buon risveglio a tutti<br />
paolo</p>
<p>ps.: la giornata è continuata fino ad ora tra riunioni di lavoro (una anche con la Protezione Civile su cui preferisco glissare) e la prima scrittura degli interventi di progetto fatte con Giori, ma negli occhi ancora ora non sono riuscito a togliermi di dosso la miseria di Waaf Jeremy e le sfide che ci pone davanti. E che dobbiamo affrontare e sciogliere, spero con il vostro aiuto.</p>
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		<title>Haiti: diario di viaggio 2°</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 13:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Emergenza Haiti]]></category>

		<category><![CDATA[diario]]></category>

		<category><![CDATA[emergenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue Il diario da Haiti di Paolo ferrara:

Port au prince, cortile del Coconut, 23 gennaio 2010 (ore 20.00  locali)
Benissimo. Ho dormito la bellezza di 4 ore dopo una trasvolata  internazionale e alle 5 di mattina suona la sveglia&#8230; Si parte veloci  verso l&#8217;aeroporto. Il volo Caribair che avevamo prenotato, come volevasi  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue Il diario da Haiti di Paolo ferrara:</p>
<p><img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/Emergenza_Haiti_IInterno.JPG" alt="" width="400" height="300" /></p>
<p>Port au prince, cortile del Coconut, 23 gennaio 2010 (ore 20.00  locali)<br />
Benissimo. Ho dormito la bellezza di 4 ore dopo una trasvolata  internazionale e alle 5 di mattina suona la sveglia&#8230; Si parte veloci  verso l&#8217;aeroporto. Il volo Caribair che avevamo prenotato, come volevasi  dimostrare non partirà. Al check in non si è  presentato nessuno! In sostituzione però viene fuori un charter della  Tortug&#8217;air e ci precipitiamo come furie all&#8217;imbarco. Su un piccolo  bimotore ci imbarchiamo in 28, stipando ogni angolo del velivolo.  Affianco a me una collega di Handicap International,  Silvie, che documenterà il lavoro fatto sul campo dall&#8217;organizzazione  francese.<br />
<span id="more-480"></span><br />
Alle<strong> 10.30 l&#8217;arrivo a Port au Prince</strong>. L&#8217;aeroporto è un enclave  americana. Ai soldati americani spetta la gestione dei voli. A loro la  distribuzione dei rifornimenti. A loro parte della gestione dei visti di  ingresso. A loro, soprattutto, la messa in sicurezza  dell&#8217;aeroporto.</div>
<p>La prima cosa che senti, a parte il caldo umido che ti avviluppa  come una piovra, è il rumore. Rumore di  generatori che alimentano  l&#8217;area condizionata. Rumore di elicotteri militari. Rumore di aerei che   atterranno e decollano. Rumore di persone che si  accalcano dietro le transenne che proteggono dall&#8217;assalto questa  piccola comunità internazionale che si è spostata qui praticamente da  ogni parte del mondo.</p>
<p>La seconda cosa che si sente, appena usciti dall&#8217;aeroporto, è  l&#8217;odore che ti insinua dentro, insieme alla polvere dei detriti.<br />
Aspettiamo all&#8217;uscita per circa un&#8217;ora che ci raggiunga<strong> Andrea  Joray</strong>, italo-svizzero che ha scelto, dopo alcuni anni di lavoro con  Terre des Hommes, di rimanere a vivere ad Haiti. Il traffico lo ha  bloccato per un tempo che la mancaza di sonno e il primo  caldo tropicale mi fanno sembrare eterna.<br />
Andrea ci ha procurato un cellurale haitiano (è con questo siamo a 5  nella speranza che almeno uno prenda) e una stanza in un albergo  rimasto illeso che condivideremo in tre, sacchi a pelo alla mano, per i  porssimi giorni.<br />
Il tempo di depositare gli zaini e siamo subito in pista per tenere  fede al programma di viaggio, estenuante, del primo giorno.</p>
<p>La prima tappa la facciamo a <strong>padre Giuseppe Durante</strong>, prete  scalabriniano veneto che si è trasferito qui 20 anni fa eleggendo Haiti a  terra di vocazione. Da lui incontriamo una delegazione della Protezione  Civile della Lombardia, una piccola delegazione  della Regione Lombardia, due volontari di una Ong italiana cattolica e,  più tardi, il nostro vero obiettivo, l&#8217;infaticabile Suor Marcella.<br />
Il centro gestito da <strong>Padre Giuseppe</strong>, pur in posizione abbastanza  defilata rispetto alla tragedia, dispone già di un piccolo ambulatorio  medico e, soprattutto, di spazi per lo stoccagggio di materiali. Nei  prossimi giorni diventerà la sede di un nuovo ospedale  da campo (che s affiancherà alle molte cliniche mobili già attive e  agli almeno 4 ospedali in funzione continua, il più grande dei quali è  sicuramente quello dei camilliani, di cui nessuno parla  in Italia!). Ma  diventerà anche il centro di un lavoro di distribuzione  alimentare a cui collaboreremo anche noi di Terre des Hommes.</p>
<p>In attesa di incontrare Suor Marcella, ci muoviamo alla volta  dell&#8217;ospedale San Damien, una clinica pediatrica americana sotto l&#8217;egida  dell&#8217;organizzazione Nuestro Pequenhos Hermanos, finanziata da diverse  organizzazioni cristiane, ivi compresa la milanese  Fondazione Rava.Pur non essendo una clinica specializzata in chirurgia,  in questi giorni ha dovuto fare di necessità virtù trasformandosi in un  ospedale di medicina generale (oltre che da punto di appoggio della  nostra Protezione Civile nazionale). Da quello  che ci raccontano Roberto dall&#8217;amico e Thomas Pellis in questi giorni  hanno operato più di 90 persone. Un numero non dissimile da quello dei  nostri medici a Les Cayes e credo non dissimile da quello di altri  presidi mecidi sul territorio. Il problema, come  ci dicono i due chirurghi, nelle prossime settimane sarà quello della  mancanza di stampelle e protesi, ma anche quello delle infezioni causate  da operazioni fatte con mezzi di fortuna, dalla mancanza di garze  sterili e dall scarsa pulizia.<br />
Nel pomeriggio eccoci a <strong>Suor Marcella</strong>, una suora di <strong>Varese</strong> che,  dopo un passato in Albania e Brasile, negli ultimi anni ha lavorato  assiduamente con le comunità del quartiere di Waaf Jeremy, e soprattutto  sul materno-infantile e sull&#8217;educazione informale  ai bambini. Oggi con un gruppo di volontari e con l&#8217;aiuto della Regione  Lombardia e di Padre Giuseppe si è impeganta nelle distribuzioni  alimentari, mentre la struttura che ospitava le precedenti attività  purtroppo è andata distrutta. Ci siamo piaciuti e ci  incontreremo domani a Waaf Jeremy per fare una valutazione dei danni e  cercare di capire cosa possiamo fare insieme.</p>
<p>Ora però dobbiamo ripartire, per andare a incontrare Suor  Veronique. In  questi giorni ci erano arrivate diverse informazioni che  però non eravamo riusciti a verificare perché il suo cellulare era  rimasto continuamente muto.<br />
Il tragitto che ci aspetta è il più duro di questa prima giornata.  Mentre scolliniamo da un quartiere all&#8217;altro di PaP ci addentriamo nei  quartieri più colpiti dal terremoto. Qui, le tendoboli si succedono una  all&#8217;altra, una più grande dell&#8217;altra. Le case  ci si sfarinano davanti, schiacciate, collassate, sbriciolate dal  terremoto.</p>
<p>Durante un&#8217;intervista, che proprio in quel momento mi fa  <strong>Radio Kiss Kiss</strong>, non posso trattenere la <strong>commozione</strong>.<br />
E&#8217; proprio qui che si apre l&#8217;Avenue John Brown, una delle lunghe  arterie che percorre la città e sulla cui direttrice si sviluppano  (meglio, si sviluppavano) alcuni degli edifici più belli della città: ma  è proprio qui, anche a causa dell&#8217;orografia della  zona, che si concentrano alcune delle immagini più angoscianti e dove  ci si para di fronte il <strong>centro di Suor Veronique</strong>.</p>
<p>Purtroppo la sorpresa è stata forte: sapevamo che la scuola era  collassata su stessa, ma purtroppo anche l&#8217;orfanotrofio, pur intatto  nelle sue strutture esterne, ha subito seri danni interni che lo rendono  non più agibile. Nonostante questo il cortile  anteriore del centro si è trasformato in un luogo di accoglienza dove  sono stati distribuiti acqua e medicinali e dove,soprattutto, le  famiglie scampate alla tragedia fuggono dalla paura di nuovi crolli e  degli attacchi degli sciacalli che si avventano su  ogni cosa rimasta.<br />
<img src="http://www.terredeshommes.it/blog/wp-content/Bambino_Scuola_Veronique.jpg" alt="" width="500" height="400" /><br />
Qui ci sarà da rimboccarci le maniche e dobbiamo farlo subito  perché Suor Veronique e i suoi bambini (<strong>42 orfani e 500 studenti circa</strong>)  hanno perso tutto e mentre vado via, attorniato dagli orfanelli  sorridenti, penso al tetto della scuola schiacciato sui  piccoli banchi in legno e tremo all&#8217;idea di quello che sarebbe potuto  succedere se il terremoto fosse capitato di mattina, durante l&#8217;ora di  lezione.<br />
L&#8217;ultimo appuntamento della giornata è quello con i colleghi del  gruppo di<strong> Emergenza Internazionale di Terre des Hommes</strong>, sfibrato da una  tre giorni di visite sul campo. Iniziamo a condividere alcuni punti sui  quali nel pomeriggio successivo ci incontreremo  ancora per definere i prossimi passi.<br />
Su una cosa siamo sicuramente d&#8217;accordo: è il cibo, la fame vera e  propria, a detta di tutti quelli che abbiamo incontrato il problema più  urgente. L&#8217;abbiamo visto con i nostri occhi ai bordi delle strade, nei  volti dei bambini. Lo abbiamo visto negli  assalti improvvisi ai furgoni delle distribuizioni alimentari. Lo  abbiamo sentito dalla voce di Padre Giuseppe, di Suor Marcella e Suor  Veronique e dei nostri colleghi di Terre des Hommes che in questi giorni  hanno fatto una valutazione piuttosto dettagliata  dei problemi di Port au Prince e delle città limitrofe. Sull&#8217;emergenza  fame torneremo domani, ora ci tocca ripartire perché è tardi, il buio è  calato rapidamente sulla città e in molti quartieri la luce è ancora una  lontana chimera.<br />
Si torna in albergo ed è il tempo delle valutazioni e della stesura  di un piano d&#8217;azione che nei prossimi giorni condivideremo anche con la  sede. Esausto ma non domo decido che la serata non può finire senza  condividere almeno una parte di quello che sto vivendo e mi rimetto al lavoro per aggiornare il mio  diario di viaggio. Domani si ricomincia.<br />
Buona notte a  tutti<br />
Paolo</p>
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