Ricordati di noi

Le giornate al campo di “al Hol”, un campo di rifugiati palestinesi provenienti dall’Iraq situato nel nord della Siria, iniziano con ritmi quieti: le attività iniziano in tarda mattinata. I bambini, che ultimamente non stanno andando a scuola, iniziano fin da subito a frequentare il campo sportivo in erba artificiale.
Un bellissimo colpo d’occhio colorato verde erba, in mezzo all’arancione, giallo ocra che permane tutt’intorno.
Sono venuto qua durante le feste natalizie in veste di volontario, per insegnare Judo ai bambini. Interagisco con loro e con i ragazzi del campo nel modo più semplice, almeno per ciò che mi riguarda: prima delle lezioni di Judo, diciamo dalle 11.00 sino alle 15.00, giochiamo assieme a calcio, a pallacanestro, a pallavolo, ed anche a frisbee!
Insomma interagiamo giocando!

Mi servono poche parole in arabo per intenderci: certo mi piacerebbe farmi capire meglio, riuscire a parlare un arabo decente, ma non posso pretendere nè che dei bambini parlino inglese, e nemmeno che io impari l’arabo in un mese soltanto. Ma questo lo sento come un enorme limite, questo mio arrancare linguistico, un confine comunicativo oltremodo molesto.

Sono le h:15.00: iniziamo le lezioni di Judo.
Dapprima con una fase di riscaldamento, breve, ma necessaria, per poi passare ad insegnare loro come si cade senza procurarsi danni.
E di seguito con delle semplici tecniche di lotta a terra, dove il pericolo di farsi male è praticamente assente. Come si divertono! Sia i bambini che le bambine, ovviamente sempre per gruppi separati: nessuna coercizione alla loro cultura può, nè deve essere fatta.
Tutti molto educati, nessun segno di aggressività particolare, intendo senza alcuna differenza peculiare con i nostri bambini.
I ragazzi ed i bambini che vi partecipano sono in tutto una quarantina, tra maschi e femmine: sono molto entusiasti, si nota immediatamente che hanno voglia di svagarsi, di divertirsi, di trovare un modo alternativo per passare le giornate.
Dalle 15.00 alle 16.00 ho lezione con le bambine e le ragazze (sino ai 13anni di età), e dalle 16.00 alle 17.00 con i bambini ed i ragazzi (sino ai 15anni).
Inizialmente il gruppo delle femmine è ben nutrito, diciamo quasi come quello dei maschi: tra bambine e ragazze contiamo circa 15/20 partecipanti, altrettanti per i maschi.
Passano i giorni e poco alla volta il gruppo delle ragazze si riduce: sembra che le famiglie non vedano di buon occhio il contatto che il Judo richiede durante le fasi di scambio, soprattutto di lotta a terra. Mi sembra strano, chiedo delucidazioni, spiego che non c’è alcun pericolo di “farsi male”, in quanto i movimenti sono tutti estremamente controllati, non ci sono colpi (nè pugni nè calci), e il contatto, durante la lezione, avviene esclusivamente tra i bambini stessi.
Sta di fatto che il gruppo femminile si ridimensiona e passa a 10 allieve, con punte minime di 6 partecipanti. Di ciò non mi lamento, comprendo: le ragazze più costanti, saranno poi le stesse che alla fine della mia permanenza al campo, mi saluteranno con una buonissima torta, preparata da loro, e con una vivace danza palestinese, il “dabka” o “dabke”, durante un’emozionante festa di saluto.

E’ differente, invece, per il gruppo dei maschi: il numero dei partecipanti si è mantenuto quasi inalterato per tutto il tempo a disposizione.
Fra gli allievi più assidui ci sono coloro i quali non brillano nel gioco del pallone, il classico ed internazionale gioco del “football”, e vedono il Judo come un’alternativa per mostrare le proprie diverse abilità fisiche.
Assieme a loro, e ciò mi premia particolarmente, riesco ad attrarre anche i ragazzi che “il calcio sempre e soprattutto”, coloro i quali conoscono a memoria i nomi di tutti i giocatori europei, delle squadre più quotate, Italiane e non, ed io ci faccio sempre la figura degl’ignorante in materia, quale in effetti sono!
Non giochiamo solamente a calcio, che qui va per la maggiore (d’altronde dove non lo è), ma anche a pallacanestro, a pallavolo, a frisbee.
Quest’ultimo sport, il frisbee, è un poco una mia caratteristica, un tentativo alternativo, per l’appunto, al gioco del calcio. Ne ho portato uno dall’Italia, un po’ per curiosità, un po’ per vedere come i bambini reagivano con questo sport “nuovo”, ed il risultato è che ci siamo divertiti tantissimo, finché il frisbee non si è rotto.
E ogni giorno che passa, torno a lavorare con i bambini, cerco di farli divertire, di far passare loro delle ore liete, almeno spensierate, di cambiare questa prospettiva unica, che, come una strana forma di “dittatura”, vige in questo, così come in tutti i campi profughi: la regola dell’attesa.
E sì, perchè il punto nevralgico della situazione è proprio questo: l’attesa delle famiglie di ottenere l’assegnazione a un paese che li ospiti, che li accetti, e che soprattutto dia loro la possibilità di una nuova vita, una speranza che è comune a tutti gli essere umani, e che invece nel campo latita, rimane sospesa come in un limbo semi-permanente, se pensiamo che ci sono dei ragazzi che vivono in questo modo da anni.
Ho parlato con Omar, uno dei tanti, spostato da un campo all’altro: entrato diciassettenne, ora ne 22!
A parole non è facile descrivere questa situazione, e nemmeno lo stato d’animo che pervade chi lo vive. Io, da esterno, percepisco, vedo e sono testimone di questa continua speranza, vissuta cercando di non lasciarsi andare: viene a conforto la religione.
Come si dice da queste parti, Inshallah: “Sarà ciò che vuole Dio!”.
Una sorta di rassegnazione, che viene in aiuto per non lasciarsi cogliere dallo sconforto, ma che, se protratto nel tempo, non aiuta lo stato d’animo corretto per affrontare le successive difficoltà che la vita comporta.
Un esempio su tutti: per un mese circa, forse più, i bambini del campo profughi non hanno frequentato la scuola pubblica del vicino villaggio, in quanto avvenivano liti furibonde tra i ragazzi del campo e quelli del villaggio.
La causa delle continui liti derivava da un malumore serpeggiante tra le famiglie del villaggio, le quali guardavano con invidia ai beni sussidiari elargiti da Unicef alle famiglie dei profughi. La guerra tra poveri: chi vive in miseria, è spinto a guardare con rancore chi ha poco di più.
Ora non so se le cose siano andate a buon fine, se tutto si sia risolto: mentre ero ancora residente al campo profughi, sono state allertate le organizzazioni che si occupano del campo: da Unicef, a Unhcr, a Unwra.
Il manager del campo è stato allertato della particolare gravità del caso, ed assieme a lui sono state prese delle contromisure.
Si è chiesto a due adulti di accompagnare gli studenti a scuola alla mattina, e di andare a riprenderli all’uscita.
Ma è stato necessario un periodo di tempo non indifferente, prima che questo problema venisse affrontato.
In un primo momento lo stato d’animo è stato: “Cosa ci possiamo fare?”.
Prima di partire, durante la festicciola di saluto che le persone del campo mi hanno tributato, il capo-villaggio ha fatto un breve discorso: dopo i ringraziamenti per il mio lavoro e per quello di Terre des Hommes, guardandomi negli occhi mi ha detto: “adesso che torni non ti dimenticare di noi, e se puoi, porta questo messaggio alla tua gente”.




