Haiti: diario di viaggio 8° - storia di Darlyne

Bambini scomparsi, bambini trafficati, bambini non accompagnati. In questi giorni si parla molto di bambini e si danno parecchie cifre. Anche diversi giornalisti hanno provato a farmi dare cifre, ma francamente non me la sono sentita.
In un paese in cui 200.000 bambini sono venduti come schiavi domestici (Restavek), 2.000 trafficati a scopo sessuale verso la sola Repubblica Dominicana, moltissimi ospitati negli oltre 700 orfanotrofi del paese (quasi sempre per motivi economici) e la maggior parte neanche registrati all’anagrafe, quindi invisibili, le cifre rischiano sono sempre fallaci. Mi basta pensare anche a uno solo di questi bambini, ai pericoli che corre, a quel tremendo percorso a ostacoli che è la sua vita.
In ogni caso è evidente che qui ad Haiti, e in particolare nel vortice di quest’emergenza, una delle principali urgenze è proprio quella di fronteggiare il traffico dei bambini. Scrivo a poche ore dal fermo di una coppia di americani, colta sul fatto mentre trasportava fuori dal paese una trentina di bambini e mentre rischia di saltare tutto il sistema che regola l’adozione internazionale e quindi la certezza che il bambino sia in reale stato di abbandono.
Quello che si sta cercando di fare in queste ore è iniziare un censimento, campo per campo, dei
bambini non accompagnati. Contemporaneamente ogni struttura ospedaliera sta registrando i
pazienti e inviando una lista dei bambini soli alla Croce Rossa Internazionale. Per le strade passano anche camionette con megafono che elencano i nomi delle persone ancora disperse e dei bambini che sono stati ritrovati.
L’obiettivo è quello di favorire il ricongiungimento familiare, evitando premature “dichiarazione d’abbandono”. E’ un lavoro immane in questa situazione di caos a tratti disperato, ma può dare i suoi frutti.
Quella che vi racconto oggi è la storia di Darlyne, 13 anni, uno dei piccoli miracoli che capita di incontrare anche da queste parti.
Darlyne vive qui a Port au Prince, figlia di un haitiano temporaneamente in Svizzera per lavoro, e di una francese.
Dopo il terremoto la piccola Darlyne si ritrova per strada: attorno solo macerie, urla, corpi strazianti, pianti a dirotto. Con sé non ha più neanche il suo piccolo zaino, solo un cellulare, ma senza credito e senza linea.
Come molti altri bambini di PaP Darlyne non ha altro da fare che seguire la folla. Dalla strada ai primi campi improvvisati, dove la maggior parte dei bambini hanno trovato un rifugio, per quanto insicuro.
9 giorni passano così: la mamma è dispersa e il papà ormai è convinto di aver perso entrambe, mentre Darlyne si muove spaventata alla ricerca di cibo e di un po’ d’acqua, sempre sulla difensiva tra gente che non conosce.
9 giorni finché non riesce a trovare qualcuno che le presta un cellulare funzionante.
1, 2, 3 tentativi, l’ansia di riuscire a mettersi in contatto con il papà. 4, finalmente c’è linea. I primi squilli, la voce del papà e il pianto liberatorio. E’ viva! Viva e vorrebbe tanto riabbracciare il suo papà e la sua mamma.
Darlyne non sa dire esattamente dove si trovi, in quale campo, in quale parte della città e anche lle indicazioni di chi le ha prestato il cellulare sono vaghe, vaghissime, ma almeno una prima traccia.
Il papà conosce Terre des Hommes a Losanna e chiede un aiuto. I miei colleghi avvertono subito
la squadra sul campo e uno di loro parte immediatamente alla ricerca della piccola Darlyne. Ci vorrà circa una giornata per trovarla, ma alla fine la bambina è salva e viene ospitata presso un accampamento protetto per bambini non accompagnati gestito dall’Unicef.
Nei prossimi giorni potrà andare in Svizzera e riabbracciare il suo papà. Della sua mamma, purtroppo, non si hanno ancora notizie.





Milano, 8 marzo 2010
8 marzo: le mamme detenute non festeggiano
Ancora oggi in Italia migliaia di donne sono costrette a vivere lontano dai propri figli, maggiori di 3 anni, perché rinchiuse in un carcere, mentre almeno un centinaio di loro crescono il proprio bambino dietro le mura di un istituto penitenziario, con la prospettiva di vederselo portare via al compimento del terzo anno d’età.
Terre des Hommes, organizzazione attiva da 50 anni nella difesa dei diritti dell’infanzia, e Bambinisenzasbarre, associazione impegnata da oltre un decennio nel sostegno, tutela e mantenimento della relazione genitoriale in detenzione, per la prima volta insieme, promuovono la Campagna “Fuori i bambini dalle Carceri italiane!” e chiedono al Parlamento Italiano di approvare rapidamente la proposta di legge n. 18141 (proposta Bernardini) per accogliere bimbi e mamme detenute in Case Famiglia Protette.
“L’Italia oggi costringe decine di bambini a scontare una pena di cui non hanno colpa, rinchiusi in un carcere ed impone a migliaia di altri di crescere lontano dalla propria madre, perché detenuta, in palese violazione con la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, che invece vorrebbe sempre garantito e protetto il diritto del bambino a crescere con i propri genitori, sempre - dichiara Federica Giannotta, Responsabile Advocacy di Terre des hommes Italia.
Lia Sacerdote, Presidente dell’associazione Bambinisenzasbarre aggiunge alcuni dati: “La questione dei bambini detenuti con la mamma e di quelle migliaia che entrano ogni giorno in carcere per incontrare i propri genitori detenuti rappresenta un tema di salute pubblica e responsabilità sociale che coinvolge tutti e ci indica che la prigione non interessa solo chi sta dentro ma anche chi sta fuori. Sono 750mila infatti i bambini che entrano ogni giorno nelle carceri europee per incontrare i propri genitori detenuti, 75 mila ogni anno in Italia sono separati da un genitore (o da entrambi) perché detenuti, 4.500 nella sola Lombardia, secondo un rapporto Caritas, 2.500 secondo il Ministero di Giustizia”.
Benché infatti la legge n. 40/2001 (la cosiddetta legge “Finocchiaro”) - sulla carta – preveda il diritto alla detenzione domiciliare speciale per le mamme detenute già condannate, laddove sussistano talune condizioni (assenza di recidiva; non pericolosità; aver scontato almeno 1/3 della pena; disporre di un domicilio) , tali requisiti di fatto non ricorrono mai e rendono praticamente inaccessibile un’alternativa al carcere per la stragrande maggioranza delle detenute, soprattutto nella fase dell’attesa di giudizio. Molte di loro infatti non hanno un domicilio o sono ancora in attesa della pena definitiva o, ancora, hanno commesso reati per i quali c’è un pericolo di recidiva (ad es. legati all’uso, spaccio di droga, prostituzione).
Se il Disegno di legge n. 1814 (Proposta Bernardini) venisse approvato, finalmente si darebbe la possibilità sia alle madri che oggi sono in carcere con i propri bambini piccoli, sia a quelle che se lo sono viste portare via di vivere accanto ai propri figli in apposite “Case Famiglie Protette” almeno fino ai 10 anni di età. Nonostante il Disegno di legge n.1814 goda del consenso trasversale di tutte le forze politiche, è fermo dal 2008 in Commissione Giustizia della Camera, nel silenzio e nell’indifferenza generale. Terre des Hommes e Bambinisenzasbarre chiedono che riprenda al più presto l’iter di approvazione della legge.
1“Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n.354, per favorire i rapporti tra detenute madri e figli minori e per l’istituzione di case famiglia protette che offre una alternativa a tutto questo”
Commento di concetta di lunardo — Marzo 9, 2010 @ 3:20 pm
Per Palermoparla
Nostra inviata Concetta Di Lunardo
Per i bimbi di Haiti dopo il sisma, rischio di tratta. L’Italia aumenti gli aiuti
La comunità mondiale piange per la catastrofe che si è abbattuta sulla perla delle Antille- Dopo i quattro uragani del 2008, la terra ha tremato colpendo un paese già ridotto allo stremo. Haiti è rasa al suolo da una scossa di magnitudo 7 che in 40 secondi ha crepato la terra di 10km. Sono 800 mila i sopravissuti al disastroso terremoto che ha fatto 170 mila morti, ammassati in ripari e tende di fortuna o nelle tendopoli di Port-au-Prince - stima l’Onu - malgrado un esodo di oltre 235 mila persone dalla città, mentre le organizzazione umanitarie hanno lanciato l’allarme epidemie.
Nei giorni convulsi del dopo terremoto sono tante le emergenze ed i problemi da risolvere, troppi i rischi che corrono soprattutto i bambini senza un nucleo familiare, spesso anche prima del sisma, in un paese che ancora non è in linea con le procedure di adottabilità della Convenzione Internazionale dell’Aja. Quel protocollo considera non “adottabile” un bambino straniero se non risulta registrato all’anagrafe, se non è stato appurato il suo stato di effettivo abbandono e se non è stato possibile farlo adottare prima in patria.
Secondo Valerio Neri, direttore generale dell’ Organizzazione umanitaria Save the Children Italia, che lavora ad Haiti dal 1978, bisogna innanzitutto accertarsi che i bambini considerati orfani siano effettivamente tali e pertanto adottabili, cosa che non può essere fatta in tempi brevi nella fase immediatamente post emergenza. Mentre Palermo parla va in stampa desta molto scalpore l’arresto di 11 cittadini Usa che tentavano di portare fuori dall’isola 33 piccoli haitiani destinati, probabilmente, al mercato delle adozioni clandestine.
Neri, ci ha raccontato che: “L’adozione internazionale dei bambini di Haiti non può essere, in questo momento, la risposta all’emergenza, anzi rischia di essere una procedura affrettata che non rispetterebbe l’iter previsto dalla legge a tutela dei bambini. Gli italiani sono, come sempre un popolo generoso, e stanno dando disponibilità per accogliere i bambini haitiani colpiti dal terremoto, ma l’adozione internazionale o l’accoglienza temporanea non possono prescindere dal superiore interesse del minore e, nella specifica dell’adozione, dall’attenta valutazione della famiglia adottante e della reale adottabilità del bambino”.
In attesa che tutti questi bambini siano identificati e ne sia accertato lo status, e che sia ripristinato il sistema che, prima del terremoto, era responsabile della verifica dell’adottabilità dei minori haitiani, le organizzazioni umanitarie hanno chiesto, in occasione della riunione dei Ministri degli Esteri dell’ Ue, il blocco delle adozioni internazionali di minori coinvolti nel terremoto, essendo alta, allo stato attuale, la possibilità che un bambino possa essere erroneamente ritenuto orfano. Per quanto riguarda invece le adozioni internazionali dei bambini haitiani i cui documenti legali ad esse finalizzati fossero stati completati prima del terremoto, possono senz’altro andare avanti, così come possono essere inseriti in nuove famiglie i bambini che sono già stati dichiarati adottabili.
L’Italia è un paese all’avanguardia sulle procedure che regolano le adozioni che secondo - Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes- sono tra le più avanzate nel mondo: “ Sono normative che hanno tratto beneficio da anni di esperienze sul terreno delle relazioni tra paesi e dalle storie di tante coppie che volevano adottare un bambino. Sino a qualche anno fa, ed ancora oggi, il problema più importante era quello di contrastare le adozioni illegali, e dunque il commercio dei corpi che, sfruttando il desiderio di amore di tante persone, lucrava su questi sentimenti mettendo in essere vere e proprie reti di traffico. Negli ultimi quindici anni il nostro Paese ha stretto relazioni con i paesi di provenienza sulla base di regole condivise e trasparenti, che cercano, oltre la contrasto del traffico illegale a fine di adozioni internazionali, di mettere al centro ciò che più conta: l’interesse superiore del bambino. Ora si vorrebbe cominciare a fare eccezioni a queste normative, scardinando una delle poche norme certe e praticabili che abbiamo; non lo accetteremo proprio nell’interesse superiore del bambino”.
Ma è giusto – domanda la cronista – sottrarre al proprio paese migliaia di bambini?Haiti, infatti, è un paese con una popolazione in percentuale molto giovane, e quei bambini sono la risorsa della società civile ed il futuro della nazione. “Haiti è in ginocchio anche perché è sempre vissuta in uno «stato di eccezione» dove nessuna regola condivisa ha mai potuto esser praticata – risponde Salinari - noi pensiamo che chi vuole aiutarla deve sostenere la sua comunità nazionale, che esiste ed è eccezionalmente vitale, come vediamo ogni giorno operando nell’ospedale di Las Cajes o nell’orfanotrofio di Port au Prince. E dunque bisogna organizzare l’aiuto affinché questo restituisca sovranità alla società civile di Haiti, sostenendo le attività di protezione dell’infanzia in loco, quali? Prima di tutto i progetti che organizzano ospitalità e protezione ai bambini orfani e sbandati, per non farli cadere nelle mani dei trafficanti di esseri umani che si sono già organizzati, come abbiamo denunciato nei giorni scorsi. Al contempo appoggiare le attività che rafforzano e sostengono le comunità locali, che si stanno organizzando anche a fronte di una autorità nazionale che sembra aver consegnato l’isola alle «truppe umanitarie». Terzo, dare attenzione alle attività di prevenzione e contrasto al fenomeno della schiavitù urbana, fenomeno radicato in Haiti ma che adesso si può denunciare anche mercé l’appoggio internazionale e l’interesse di tanti media a fare una corretta informazione. Ed infine, avere il coraggio di fermare con l’informazione ed il buon senso che viene dall’esperienza stessa degli haitiani, l’onda delle adozioni facili, delle scorciatoie al Diritto internazionale, che una volta imboccate divengono la regola. Se il nostro governo vuole fare delle eccezioni, allora riveda la Finanziaria e faccia un emendamento per portare la quota del PIL dedicato agli aiuti internazionali allo 0,7%, come ha promesso nel lontano duemila davanti a tutto il mondo; e poi questa non sarebbe una eccezione ma la regola che non è stata mai rispettata”.
Commento di concetta di lunardo — Marzo 9, 2010 @ 3:22 pm