Haiti: diario di viaggio 6° - faccia a faccia con il dolore
Prosegue Il diario da Haiti di Paolo Ferrara:

Coconut Villa - ore 23.00 ore locali
Oggi dolore e felicità si sono scontrati, rincorsi, quasi azzannati nel caldo afoso di questa città nella quale è difficile, forse inutile pensare a un ritorno alla normalità… E poi quale normalità?
Avrei la voglia di raccontarvi la gioia e la disperazione, voglia di passare dalla rabbia al lieto fine, ma oggi non ce la faccio.
Oggi sono entrato all’ospedale generale di Port au Prince, il vero cuore di questa rincorsa contro il tempo che è l’emergenza Haiti. E’ qui che si concentra tutta la sofferenza di questa città. E’ qui che si concentra l’aiuto dei più grandi organismi internazionali e quello della maggior parte delle nazioni del mondo, con la sola eccezione dell’Italia che ha scelto un posto più defilato.
Con gli altri colleghi di Terre des Hommes siamo entrati qui per consegnare alla pediatria letti da campo donatici dalla Protezione civile italiana e per avviare i primi Spazi a misura di bambino dell’ospedale.
A farci d’apripista uno degli eroi di questa emergenza, Michel Roulet, pediatra, docente dell’Università di Losanna, da trent’anni volontario di Terre des Hommes in una vita che lo ha portato fino a qualche anno fa anche qui, a Les Cayes, dove Terre des Hommes da 20 anni combatte la mortalità dei bambini e delle mamme al parto e la fame, che qui è una brutta bestia con cui la gente è abituata a convivere al di là del terremoto. Michel è il simbolo splendido di questi primi 50 anni di storia di Terre des Hommes, uno dei figli
più illustri di quello spirito nato dalla tenacia e dall’indignazione di Edmond Kaiser.

Michel, proprio per la sua conoscenza del territorio è stato incaricato dalla Cooperazione Svizzera di rimettere in piedi la pediatria e la maternità dell’ospedale generale, distrutta dal terremoto. Arriva, comincia, e si accorge che nessuno vuole operare un bambino. Hanno tutti paura. E lui compie un piccolo miracolo, avvenuto in cinque giorni: riorganizza tutto e riesce a portare a termine ben 184 operazioni eseguite, su altrettanti bambini.
Incontro Michel tra una riunione e l’altra. Il tempo è poco. Ma pure in questo inferno di tende, jeep, lingue, macerie e protesi riesce a essere disponibile e gioviale, anche se non mi nasconde che i problemi saranno infiniti: troppi sono arrivati tardi, quando le ferite erano già infettate.
Per la maggior parte l’unico intervento possibile è stata l’amputazione, ma probabilmente non sarà sufficiente. E poi chi si occuperà della riabilitazione. Chi di dare una speranza e un futuro a questi bambini?
Non lo so. So solo quello che vedono i miei occhi, di lì a pochi minuti, quando insieme agli altri inizio la consegna delle brande, fondamentali per alleviare le sofferenze dei bambini e permettere al personale infermieristico di lavorare con più facilità. Le tende sono piene di bambini amputati, di pianto, di ferite suppurate. Qui vedere sorridere un bambino è difficile, anche se Jenus, 11 anni e il corpo completamente coperto di croste riesce a darmi una mano, a scansarsi civettuola i capelli mentre le scatto una foto. Non così per Exer, cinque anni, la cui mamma riesce a ringraziarmi, ma non capisco davvero per cosa.

Alla fine siamo qui, ma non ci è cascata nessuna casa addosso, non abbiamo perso un padre, una madre, una moglie, un marito, dei figli.
Ma non ci sono soltanto interventi chirurgici. Getto un’occhio alla maternità e gli occhi mi si abbassano subito. Non riesco più neanche a documentare quello che sta accadendo. Qui ci sono bambini che hanno il volto scavato dei bambini del Biafra. Bambini con un viso da vecchi a causa della denutrizione. Bambini arrivati qui a un passo dalla morte. Riesco a scattare solo una foto, pudica a un bambino piccolissimo, ma con il volto sereno. Il resto non voglio che rimanga neanche nella mia macchina fotografica, anche se so che per etica comunque non lo userei mai.
Penso ai molti volontari accorsi qui da ogni parte del mondo, volontari e professionisti di cui la stampa italiana non si è occupata nei giorni precedenti. C’è chi porta il cibo, chi presta servizi infermieristici chi, come noi, servizi psicosociali e distribuzioni di letti o presta il suo uomo migliore alla lotta contro la tragedia.
Il terremoto di Port au Prince, i suoi morti, la disperata ricostruzione e riabilitazione, sono anche la più bella prova di questo mondo che va sotto il nome di umanitario.
Oggi davvero non so se basterà, ma so che è anche grazie a voi che state aiutando Terre des
Hommes, le altre organizzazioni di AGIRE e chiunque lavori qui sul campo, se qualche speranza
ce l’abbiamo.
Buona notte da Porta au Prince. Domani si parte alle 5 in direzione Les Cayes, spero con più ottimismo.





sto leggendo da ieri con grande interesse queste cronache perchè tra alcune settimane con un piccolo gruppo di amici e colleghi medici arriverò da padre Giuseppe e da Suor Marcella per essere di aiuto : ci riusciremo?
grazie perchè leggendo queste notizie ci sentiamo già un pò insieme a voi!
Commento di isa — Gennaio 28, 2010 @ 8:12 pm
[...] Questo post è dedicato a tutti i fundraiser che stanno lavorando per ottenere risorse così da garantire le attività umanitarie ad Haiti. E’ dedicato in particolare a Paolo Ferrara, un eroe di tutti i gironi, un fundraiser che è sul campo e sta facendo uno straordinario lavoro raccontandoci quello che vede e che fa insieme a Terre des Hommes sull’isola. Grazie di cuore per il tuo coraggio e la tua sensibilità speciale. Leggi qui il suo diario. [...]
Pingback di HAITI E IL FUNDRAISING « FARE FUNDRAISING — Gennaio 29, 2010 @ 4:23 pm