L’ellera

 Archiviato in: Progetti Africa, Progetti Medio Oriente — Giuseppe @ Dic 21st, 2009

Una testimonianza di Davide Amurri, nostro cooperante a Gaza

Sulla sinistra un giovane cappuccino scherza con un vecchio musulmano dalla barba bianca e lunga.

Davanti alla basilica della Natività di Betlemme si può parcheggiare. L’aria punge un poco ma non è fredda, sono lievemente influenzato. Le famiglie sulle panchine mangiano granturco arrosto. Dall’altro lato della piazza c’è una moschea con due palme illuminate davanti. Al fianco sale una stradina, decido di percorrerla. I girarrosti girano a tutto “spiedo”, un ragazzo mi invita in italiano, spagnolo e inglese a visitare il suo negozio, mi mostra una sciarpa simile a quella verde pistacchio che ho al collo. Mi stringo nella giacca per scacciare l’umidità.

La stradina si stringe, è piena di negozietti che vendono TV, frigoriferi, vestiti, e parrucchieri e altri. Passa una Peugeot degli anni 60 strombazzando,  il cassone pieno di polli.

Si apre la piazzetta del mercato – mi ricorda il mercato di ponte Rialto - con la tettoia al centro e i banconi di marmo dove esporre la merce. Sono quasi vuoti, con i rimasugli di cartone e fogliame. Intorno la frutta, la verdura e, appesi, decine di agnelli sgozzati, ripuliti, scuoiati. C’è profumo d’arancia, un macellaio sta tagliando un’enorme fegato di bovino, un ragazzo prega inginocchiato in avanti sopra al suo tappeto rosso.
Oggi è il primo giorno dell’Eid Al Adha, la festa del sacrificio, la più importante festa musulmana. Per questo sono uscito da Gaza per la prima volta dopo un mese.

Stamattina, prima di partire, ho detto ad Azzam che mi chiedeva cosa avrei fatto in questi giorni di vacanza e santi che sarei semplicemente stato tra Gerusalemme e Betlemme.
?    Fai bene a uscire tu che puoi.
?    È qui vicino.
?    Anche a me piacerebbe, basta che sia fuori Gaza.

Mi ha salutato con parole di pace, è molto religioso, spesso sparisce per ritornare poco dopo riallacciandosi le scarpe dopo la preghiera.

Il taxi viaggia verso il nord di Gaza City. A parte le buche lasciate lì per mancanza di materiale da costruzione, non si avverte la distruzione, però, isolato dopo isolato, aumenta la povertà: incontro macchine sempre più vecchie e scassate e carretti trainati da piccoli e maltrattati ciuchi a creare mini ingorghi.


Alla periferia nord incontro molte strutture di cemento armato collassate dalle bombe dello scorso gennaio. Mi dirigo verso il valico di Eretz.

Al check point di Hamas si fa in fretta, un rapido controllo al passaporto, i dati su un foglio, “dove abiti?” e “sei un giornalista?” e via; la macchina si muove lenta lungo una strada distrutta per mezzo chilometro in una pre-terra di nessuno, incrociamo una ruspa che sposta macerie. Il viaggio in macchina è finito. Devo mostrare il passaporto ad un altro ufficio sistemato in un container: “giornalista?”, “no. Ngo”, “have a good day”.

La lingua di quarzo rosso che conduce al terminal israeliano si percorre a piedi in 10 minuti. È stata appena ricostruita; un mese fa gli operai al lavoro ti portavano la valigia per 20 sheqel (4 euro), la moneta israeliana. Questa è terra di nessuno.

Chiunque si avvicini a meno di 300/400 metri dal confine israeliano fuori da questa striscia di cemento e ferro riceve fucilate di benvenuto. Senza eccezione. Evitano i colpi d’avvertimento. Vanno al sodo, ferendo o ammazzando, dipende dalla mira di giornata.

Sulla porta grigia c’è scritto che mi controlleranno fisicamente i bagagli per questioni di sicurezza.
Entro e trovo due tavoli di legno abbandonati, una cancellata e due porte. Il metal detector rumoreggia. Non so che fare. La voce al citofono dice di tornare indietro e aprire i bagagli.
Eseguo diligentemente e aspetto. Un’altra voce dice qualcosa. Ebraico? Arabo?

?    Ti ho detto di entrare. Che fai lì fermo? (stavolta in inglese).

Chiudo i bagagli, passo a fatica nella porta girevole e percorro altri 100 metri di terra di nessuno. Ho davanti sette porte numerate. Quella in fondo è aperta.

Apro bagagli, svuoto le tasche e tolgo la cintura – posso tenere l’orologio -, apro il computer. Aspetto. Entro quando la luce diventa verde. La porta si chiude. Si apre una capsula vetrata.

Gambe larghe, braccia aperte in alto. Una voce mi chiede se riesco a sentirla – sì, confermo - e dice di mettere i piedi esattamente sulle orme gialle e le braccia più in alto e aperte. Due bracci meccanici mi ruotano intorno – sono i raggi X. Posso andare.
C’è un ultimo scompartimento. La voce ora ha un corpo che mi osserva dall’alto e mi chiede che cos’ho nel taschino della camicia. È il mio passaporto.

Sul nastro trasportatore passano vassoi vuoti. Vado dall’altra parte per l’ispezione dei bagagli. L’unica cosa di cui avvertivano all’ingresso. L’addetta, con aria lievemente schifata, rovista a casaccio e piuttosto indelicata. Estrae L’indignazione di Philip Roth ancora avvolto nella plastica e cerca di aprirlo, i guanti di plastica glielo impediscono. Decide che non è pericoloso. Posso andare.

È sparita la cintura.

All’ingresso ufficiale in Israele – controllo passaporti – il cartello dice semplicemente: “Entry to Israel”; si sono risparmiati il Welcome. “Giornalista?”, “no. Ngo.”

Sono fuori. Il taxi è in ritardo. Il comitato dei familiari di Gilad, il soldato israeliano sequestrato 3 anni fa da Hamas, mi consegna un appello. Mi chiede di diffondere il messaggio tra i gazawi, facendo sapere che la loro sofferenza è dovuta in gran parte ad Hamas che non lo libera (il soldato) e che lo tiene in ostaggio (insieme al proprio popolo). Che la sua detenzione è contraria ai diritti umani, alla convenzione di Ginevra, alle leggi internazionali; che è contrario ai diritti umani impedire alla Croce Rossa di visitarlo e alla sua famiglia di comunicare con lui.

Omero racconta che la guerra di Troia scoppiò a causa del rapimento di Elena, regina di Sparta, la donna più bella del mondo, da parte di Paride, che scatenò l’ira di Menelao e Agamennone e una guerra e un assedio di 10 anni. Troia fu distrutta, rasa al suolo, la guerra si portò via eserciti interi e l’invincibile Achille.

Gilad è europeo come me, continua l’appello, perché possiede un passaporto Francese, ha 22 anni ed era uno studente bravo, serio e un po’ timido. Pochi giorni fa sembrava che la liberazione, in cambio di 1000 palestinesi nelle carceri israeliane, fosse cosa fatta. Così non è stato.

Sono perplesso. Deve vivere una condizione terribile. Ripenso all’Iliade.

Diffondendo quell’appello però potrei solo mettermi nei guai. Chi fa parte del popolo (o dello stato) che ha costruito un muro tutto intorno a Gaza e non lascia uscire nessuno può essere credibile nel dire a quelli rinchiusi dentro che sono tenuti in ostaggio da Hamas che quel muro non l’ha costruito?

La gente a Gaza non sarebbe sensibile a queste argomentazioni. Le persone con cui parlo sono rassegnate e restie a parlare di politica. Vicino a uno degli asili dove sta lavorando il mio progetto c’è un buco grande come la moschea che lì sorgeva prima dei bombardamenti. Le versioni contrastano: quella delle bombe è che le moschee erano rifugi o arsenali di Hamas. L’asilo sta un sprofondando, non ha un muro né una finestra sana, ci vanno 230 bambini ogni giorno.

Evitano anche di parlare della guerra. L’operazione piombo fuso:  3 settimane di bombardamenti, avanzata sul terreno senza intenzione di conquista; una marea che si è ritirata lasciando dietro un migliaio di morti civili, qualche centinaio di miliziani e 9 soldati israeliani come Gilad – di cui 4 morti di fuoco amico.

“Piombo fuso” era uno dei 4 modi di infliggere la pena di morte secondo la Torah: prima quasi si soffocava il condannato tirando due teli intorno al collo in direzione opposta, costringendolo ad aprire la bocca; poi il boia faceva scendere il piombo fuso in gola fino alla morte.

Non sono un esegeta della Torah, però rende l’idea.

Sono perplesso. L’appello che ho in mano non cita il rapporto Goldstone sull’operazione piombo fuso, recentemente approvato dalle Nazioni Unite, con l’opposizione degli Stati Uniti e dell’Italia, tra le altre, e assolutamente disconosciuto da Israele, che non ha collaborato neanche un minuto alle indagini.

Il rapporto giudica spropositata l’azione militare di Israele, sollevava dubbi circa le operazioni che sarebbero in contrasto con leggi e convenzioni internazionali, e sull’utilizzo di armamenti vietati come il fosforo bianco; non esclude che alcune azioni siano configurabili come crimini di guerra.

Il rapporto muove rilievi pesanti anche contro Hamas e altri gruppi che agiscono a Gaza, e giudica la detenzione di Gilad illegale, chiedendone la liberazione immediata e incondizionata. Anche dopo aver ascoltato suo padre.

Scendo dall’altro lato della piazzetta di Betlemme e trovo il mercatino dell’EID, non si riesce a camminare. In fondo alla via ci sono le forze di sicurezza schierate, un politico sta parlando. Non vedo, ma sento la voce dei megafoni. Ho fame. Non ho mangiato oggi perché, dopo le due ore che occorrono per uscire da Gaza, l’autista era in ritardo, poi s’è perso, e anch’io mi sono perso sulla Hebron road.

Mi perdo e riperdo nelle viette. Decido di comprare una cintura per sostituire quella che ho donato al check point.

Ricordo di aver visto una bisteccheria salendo verso il centro.
Ritrovo la piazza e dopo pochi minuti mi siedo e ordino una bistecca e una birra. E canticchio una canzone:

“l’amore è
come l’ellera
dove s’attacca more
così così il mio cuore
mi s’è attaccato a te.”

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