Cercasi casalinga

 Archiviato in: Senza categoria — Giuseppe @ Apr 20th, 2009

Il 30 marzo è stata la giornata internazionale della casalinga.
Tratto da un articolo di Rocio Silva Santisteban
Domingo 29 de Marzo, Cotidiano La Republica



Sarita Montiel ha scelto il suo nome quando aveva tra i 18 e i 20 anni. Non aveva documenti, parlava un’unica lingua, il quechua, analfabeta, senza lavoro, senza casa, senza famiglia, stava fuggendo da un lavoro in cui non solo veniva schiavizzata ma anche maltrattata sessualmente.  Un giorno decide di cercare tra gli annunci e di rispondere a un “Cercasi casalinga”. Sarita ora ha 33 (o 35) anni, due figlie, un marito e un posto fisso.

Tuttavia il suo viso si intristisce quando mi racconta il suo ricordo più antico che è anche il più doloroso: quando fu portata tra le braccia di suo fratello maggiore in una fattoria di Quillabamba, Cusco, dove venne lasciata da sua madre perché lavorasse come domestica. Aveva 5 anni. Ma che lavoro può mai fare una bambina di 5 anni ? “In Perù questa è una domanda ingenua” mi rispose una volta Vittoria Savio , direttrice del Centro Yanapanakusun,  “può pelare patate, andare a prendere l’acqua, spazzare la cucina, dare da mangiare agli animali, pulire gli escrementi dei cani, giocare coi bambini e allo stesso tempo lavargli la biancheria”. (E’ pratica diffusa che persone cresciute nella scala sociale, quindi “urbanizzate” vadano nelle campagne dalle comunità rurali a offrire ospitalità alle bambine nelle loro case per farle stare meglio e farle studiare in città, quando in realtà è un modo per farle lavorare in casa loro senza alcun compenso).  Uno sfruttamento minorile sotto forma di “accoglienza” … Chi sono i “morti della nostra felicità”? Sono le persone che fanno i lavori domestici, quelli che guadagnano molto meno che il salario minimo, quelli costretti dai loro padroni a vestirsi con uniformi bianche per differenziarli dagli altri, quelli che durante capodanno rimangono in casa a badare al cane mentre le famiglie si divertono. Si tratta di una situazione indegna diffusa non solo nella classe alta della società ma soprattutto in quella media e bassa dove molte volte si commettono i peggiori abusi. (…)
A Cusco, secondo dell’Istituto Bartolomè de las Casas, esiste una rete di traffico di bambini lavoratori tra maestri rurali, polizia e impiegati che si sentono addirittura generosi perché offrono un’opportunità al bambino. Ciò che dobbiamo cambiare è la testa, il modo di pensare, questa situazione non è giusta né per la famiglia del bambino né per la famiglia del padrone, che organizza la sua vita secondo uno schema coloniale di sfruttamento , un comportamento autoritario che i suoi figli vedono e ripetono.
“Domestici sono i cani o i gatti, io non sono una domestica, ma una casalinga”, dice arrabbiata Natalia Quispe Valeriano, del Sindacato delle casalinghe di Cusco, fondato nel 1972. E tocca un tema difficile: la maniera in cui la società guarda con disdegno le casalinghe in tutti i settori sociali. Proteggere le lavoratrici e rompere gli schemi mentali coloniali: due compiti per lo Stato ma anche per tutti noi dentro le pareti delle nostre proprie case.

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