Viaggio in Costa d’Avorio - Inferno e paradiso

 Archiviato in: diario di viaggio — Giuseppe @ Ago 28th, 2008

26 agosto 2008

Kouassi Le Noir è la discesa all’inferno. Un’ammasso di baracche di assi di legno male inchiodate e lamiera arrugginita schiacciato tra la laguna e il porto e appoggiato ai muri di cinta delle raffinerie, fabbriche di sapone e cartiere della zona industriale di Abidjan.

La vita qui si attacca a quello che c’è. Come uccellini gli abitanti delle bidonville cercano di beccare le briciole di una ricchezza che non sarà mai loro. Le bidonville qui le chiamano “quartieri precari” e non è un eufemismo.

Qui la vita è davvero precaria: non c’è niente che ti appartenga, non ti appartiene la casa (che non esiste per nessun catasto), non ti appartiene il lavoro (perché spesso si vive a giornata e di espedienti), non ti appartiene alcun diritto, neanche quello di votare, perché dovresti essere registrato all’anagrafe per esercitarli, non ti appartiene la vita, perché se c’è fare pulizia si inizia dalle baracche e ti può capitare che una notte un gruppo di militari ti rapisca dal sonno o dall’amore per un’azione dimostrativa.

A Kouassi Le Noir, municipalità di Treshville, tra 8.000 e 16.000 anime (e chi lo sa?) vivono nello specchio rovesciato di un paesino da fiabe. I fiumi dove si lavano i panni, si concia la pelle di montone e dove ruzzolano i bambini sono pozze stagnanti di acqua gialla e schiumosa che fitra dagli scoli delle fabbriche. I castelli incantanti dalle alte torri merlate sono mostri fumanti che inconmbono con gli alti muri di cinta appena ingentiliti dai ricorrenti maquillage multicolore. Le dolci colline erbose sono montagne di spazzatura che erompono nei pochi slarghi dove i bambini giocano, si rincorrono e si improvvisano piccoli scalatori. Il paiolo dove preparare il cibo per la famiglia e un bidone arrugginito riciclato tra i rifiuti delle fabbriche dei dintorni o dai container del porto.

Ma la vita è una cosa che cresce ovunque, che si impunta, si alza impettita e ti sbatte in faccia la sua dignità contro ogni pessimismo. E qui la gente, nella povertà estrema, è capace di una grande dignità. Lo vedi nella cura che hanno le persone nel vestirsi o nel lavarsi. Lo vedi negli occhi intelligenti dei bambini del sostegno a distanza che incrociamo per strada (la nostra visita qui non era attesa) e che si fermano a parlare con noi.

La scuola ricomincerà il 15 settembre e loro sanno di essere tra i pochi (meno del 40%) dei bambini di Kouassi Le Noir che quest’anno potranno frequentare i banchi dell’école primaire. Per aiutarli tutti ci vorrebbero più soldi. Ma non solo. Il lavoro che bisogna fare è anche un lavoro di sensibilizzazione delle famiglie.

Il sostegno a distanza non è carità e non è solo un sostegno economico: se vuoi partecipare devi assumerti le tue responsabilità. Il tuo bambino deve venire a scuola, deve avere un po’ di tempo per fare i compiti e devi partecipare, nei limiti del possibile, alle attività comunitarie. Le resistenze sono molte e sono soprattutto culturali. Ma il lavoro che gli operatori del Mesad stanno facendo con il capo di villaggio, con i gruppi comunitari (rappresentanti più o meno le diverse etnie che negli anni si sono affastellate nelle bidonville) e con le associazioni di quartiere, prima fra tutte le attivissime associazioni dei giovani, stanno iniziando a dare i loro risultati.

Se c’è una speranza per la Costa d’Avorio passa anche da qui.

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