Diario di giordania VII - Weekend a Gerusalemme

 Archiviato in: Uncategorized, diario di viaggio — Giuseppe @ Ago 27th, 2008

Decidiamo in fretta e furia giovedì sera, chiamiamo il povero Jamal, che come sempre si rende disponibile con generosità, e fissiamo un appuntamento a casa TDH alle 8 di venerdì mattina. Siamo stanchi dalla settimana e la tentazione di rimanere a casa non è indifferente Ma ormai il dado è tratto e con le ossa sonnolenti cavalchiamo l’auto di Jamal.

La strada scorre pigra sotto un cielo stranamente umido e ci accompagna verso il King Hussein Bridge, il confine tra Giordania e Israele. Appena scesi dall’auto ci assale un caldo soffocante, degno di un ferragosto padano doc all’ennesima potenza. Le trafile burocratiche dal lato giordano scorrono agili e non lasciano presagire la rigidità che ci aspetta dall’altra parte…

Il confine israeliano infatti si presenta molto meno accogliente di quello giordano, i metal detector ci seguono dappertutto e sembrano annusarci golosi. Entriamo persino in un’improbabile capsula che sputa aria compressa e scatta foto digitali ai visitatori. Alessandro e Nicola ottengono con agilità il visto rosso israeliano, mentre io e Umberto dovremo aspettare più di due ore, rei di timbri siriani sui nostri passaporti.

Non contenti dell’attesa che ci infliggono, due ufficiali israeliani mi chiamano oltre la barriera e mi aggrediscono di domande. Mantengo la calma, sorrido, ripeto otto volte che no, mio nonno non era un fascista ma un partigiano, che ho studiato a Milano, che lavoro ad Amman e che no, la cooperazione “internazionale” non la posso proprio fare in Italia…

Li ho convinti, mi timbrano il passaporto.
Questo vuol dire che non sarò ammessa in Siria finchè non cambio i documenti…Bruno, il mio capo, non sarà contento! Gerusalemme ci accoglie seducente, come sempre. Ci buttiamo subito tra le mura della città vecchia dove incontriamo nell’ordine: una via crucis, una fila di ebrei ortodossi che corrono al muro del pianto e una folla di musulmani che esce della spianata delle moschee. Gerusalemme è così: un insieme di realtà che si sovrappongono contraddittorie e schizofreniche.

La mattina successiva ci infiltriamo su un autobus palestinese diretto a Betlemme. Vogliamo vedere il muro. Rimaniamo impietriti difronte ad una cintura di cemento e filo spinato che non può non ricordare un carcere di massima sicurezza. Attraversarlo significa accodarsi a decine di palestinesi, che sfilano a capo chino sotto le bocche dei mitra puntati dall’alto sulle loro teste. Passiamo increduli il passaporto ad una militare israeliana di vent’anni al massimo, blindata dietro un doppio vetro e altrettanto increduli assistiamo al riconoscimento digitale attraverso la scannerizzazione della mano dei bambini palestinesi.
Il fascino dei luoghi storici non riesce a cancellare l’orrore del muro che ci seguirà come un’ombra inquitenate per tutto il viaggio.

Betlemme, Gerusalemme, Ramallah ci sfilano davanti agli occhi, ma non riescono a prendere consistenza. Il muro è lì ed è difficile concentrarsi su altro.
Rabbuiati, arrabbiati e ammaliati al tempo stesso dalla bellezza seducente di Gerusalemme ci incamminiamo verso la Giordania. Abbiamo parole di rabbia che muoiono in gola.
Sull’orlo del confine, ci viene rivolta un’ultima impegnativa domanda da un militare israeliano: “Siete in possesso di armi nucleari?”…
Per fortuna il pensiero dei laboratori di domani ci restituisce un pò di serenità.

Elisa con Umberto, Alesssandro, Nicola

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